Di Annalisa Coppolaro
27 aprile, Koko, Camden Town, ore 17.50. La coda e’ gia’ lunghissima, davanti alle porte del Koko che promettono un concerto da fiaba: Ligabue e la sua band. Sul biglietto c’e’ scritto ore 19 ma si tratta solo dell’ora in cui apriranno le porte al migliaio abbondante di fans in fila per il Liga. Koko e’ piccolo ma prestigioso, i nomi che vi appaiono sono di alto livello ed e’ senz’altro uno dei club piu’ popolari a Londra. L’attesa sale come una febbre tra i tanti, soprattutto italiani, ma anche qualche inglese. Molti fan sono venuti dall’Italia.
Ore 19.10. Qui le porte sono ancora chiuse. Nel frattempo, la fila e’ cresciuta a dismisura, quasi tutta gente con biglietto, ma si sa, la sicurezza, i controlli... Mentre passa l’ennesimo barbone a cercare biglietti in vendita, a meta’ fila si stanno muovendo enormi cassonetti neri proprio accanto alla gente che sbuffa per la noia e non apprezza di essere fatta spostare a causa di tre o quattro enormi contenitori sporchi piazzati proprio la’. Ma continuano.
Ore 19.30. Siamo dentro, dopo tutti i controlli del caso, e dopo che le bottiglie dell’acqua ci sono state confiscate all’ingresso. Il locale si sta riempiendo in fretta, ma quello che ci colpisce e’ la temperatura delle sale sommerse di luce rossa e fumi scenografici. Fa esageratamente caldo. La gente si sfila maglie e maglioni, ma piu’ di tanto non puo’ fare… Ovviamente nessuno ha acqua da bere, e la fila al bar e’ gia’ lunga, quindi si rinuncia e ci si accalca con gli altri che preparano telefonini e macchine per l’attesissimo arrivo del Liga. Ma cio’ che non sappiamo e’ che l’attesa non e’ nemmeno a meta’.
Ore 20.15. I casi sono due: o la temperatura e’ salita ancora nel cubo rosso del Koko, oppure sembra a noi che, accalcati come sardine, sotto il palco, tentiamo di trovare una posizione decente per osservare i microfoni soli on stage. Qualche canzone ignota ci fa da colonna sonora mentre si sbuffa e ci si lamenta, e da dietro il pubblico continua ad entrare, vomitato dall’entrata principale e poi lungo le scale sporche di metallo, verso il bar e verso il centro del locale. Alcuni, forse i piu’ furbi, hanno scelto di rimanere sui loggioni, ma anche loro non vedono molto. Di certo pero’ almeno respirano.
Ore 20.25. Scoccano due ore e mezzo dall’inizio dell’attesa. “Fuori, fuori, fuori”, urla la gente. Segnali, movimenti sul palco. Arriva il Liga? “Luciano, Luciano, Luciano…”. No… Da dove siamo non si vede niente, ma la gente mormora che si tratta dei Rio, il gruppo di Marco Ligabue. C’e’ pure gente che conosce le canzoni, una, due, tre , quattro, bei pezzi, non c’e’ niente da dire. Ma siamo ancora tutti in piedi nei 40 gradi della sala e non vi sono segni del Liga.
La gente se ne va, prende le scale ed esce dal club, delusa e stressata da un’attesa che ci ha fatti sentire come fan di seconda categoria. Parlo con una coppia delusa che scuote la testa: “Ma che razza di organizzazione e’, questa? Dove siamo, nel terzo mondo? Non si tratta la gente cosi’”. Ed escono per non rientrare.
Ore 20.52. “Ecco un ultimo pezzo per voi”, dice Marco Ligabue. Si odono sospiri di sollievo. (Per modo di dire, visto che di ossigeno ce n’e’ rimasto poco).
Ore 21.00. “E’ lui? Ditemi che e’ lui, prima che svenga senza poter strammazzare al suolo perche’ non posso neanche muovere un dito” fa quella accanto a me che, come me, ha addosso solo un top sottile e la faccia lucida e stanca.
E infatti…
Luciano entra, trasudando erotismo da tutti i pori. Ha un paio di jeans da urlo ed una maglietta nera a mezze maniche. Abbronzato, fresco, un sorriso che ci ripaga di queste ore da incubo… Forse.
Energia, passione, intenso entusiasmo si riversano dal palco sulla gente, mentre inizia con la sua chitarra le prime note di un repertorio che contiene il meglio del meglio, e anche di piu’. Per prima cosa Luciano saluta chi lo ha seguito dall’Italia. E noi?
Il concerto poi si snoda tra applausi, balli, cori e vera elettricita’ oramai accesa tra il Liga e la sua gente, mentre una selva di schermetti accesi e di mani alzate ondeggia al vento delle note e della voce graffiante come sempre. Lo stiamo davvero vedendo, Luciano, davanti a noi, siamo in tanti, in troppi per il Koko, balliamo come un melange omogeneo di sudore, magliette bagnate, qualche lacrima e tanti sospiri, braccia e gambe e capelli e teste opache nel fumo e nelle luci dosate sapientemente, come in una sana orgia di piacere e di musica, con la voce di Luciano che ci avvolge e ci porta via.
Il tormento e l’estasi, come nei veri concerti rock. Ma perche’ non scegliere un luogo piu’ grande? Che so, un teatro, il Barbican, un tendone da circo in mezzo ad un parco? Dovevano farlo per un artista che riempie stadi da 40 mila posti. Il Koko e’ inadeguato!
Le canzoni, come in un sortilegio, si susseguono giocando con la nostra voglia di cantare. “Balliamo sul mondo”, “Happy Hour”, “Piccola stella senza cielo”, “Certe notti”, “Ho messo via”, “Le donne lo sanno”, “Urlando contro il cielo”, “I ragazzi sono in giro”, “Niente paura”, il cui video e’ girato a Londra, “Bar Mario”, “Leggero”, “Ho perso le parole” e “Buonanotte all’Italia”: questo il repertorio di Luciano per una ricetta apprezzatissima da un pubblico ipnotizzato e complice.
Il Liga parla in un buon inglese, ride, balla, suona, getta la testa all’indietro e ci fa impazzire tutti in questa grande follia collettiva. E’ tutta qui la magia del suo concerto, e cerchiamo di dimenticare il “prima” mentre, esausti, balliamo e cantiamo con lui.
Alla fine della musica, ci accalchiamo all’unica uscita, non senza una piccola sosta al banco della merce del Liga. Cinque sterline per un portachiavi, la cosa che costa meno. Ma un souvenir per una serata come questa bisogna senz’altro portarselo via.
Ciao, Luciano, grazie per la tua voce e per la tua poesia. E ciao, Koko, grazie per averci fatto uscire tutti, finalmente, appena in tempo, prima che l’asfissia avesse la meglio su di noi.
Tutti porteremo con noi il ricordo di questa serata, della voce intensa di Luciano e delle sue canzoni da sogno, e poi dell’incubo di un club che io personalmente da ora in poi vedro’ di evitare.
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