Di Aurora Bonfitto
Voi, pubblico, vi sentite pronti a essere giudici dell’azione sanguinaria generata dalle mani di una donna tradita dall’uomo che ama?
Vi sentite pronti ad emettere una sentenza nei confronti di Clitemnestra, omicida di Agamennone, uomo che ama e a cui diede dei figli, ma che venne meno ai valori della famiglia per rispettare le leggi della mala?
Non e’ Micene, ma un paesino vicino le pendici del Vesuvio dove la tragedia si attua; non siamo nell’antica Grecia durante la guerra di Troia, ma in Italia, in Campania dove la Camorra uccide senza pieta’.
Cambia il posto e l’epoca, e’ in scena ‘Io Clitemnestra. Il verdetto’ delle contemporanee Valeria Parrella e Cristina Donadio, ma l’anima della tragedia che Eschilo scrisse nel V secolo a.C. resta inalterata: Clitemnestra e Agamennone, la legge del focolare domestico contrapposta alla legge del clan, danno vita ad una disperata disputa per difendere ognuno il proprio punto di vista, davanti a un pubblico che non e’ semplice spettatore, ma che diventa a sua insaputa personaggio attivo della tragedia.
Buio.
Poi sui teloni delle quinte, che sono colonne corinzie, vengono proiettate immagini della lotta tra famiglie camorriste: omicidi e rapimenti ci catapultano nella Campania camorrista.
Clitemnestra, interpretata da una intensa Cristina Donadio, appare per prima nella scena e con passo deciso si avvia verso il centro del palcoscenico; non passano inosservati nel suo abbigliamento i guanti e le scarpe di un color rosso vivo: rosso come l’amore e la passione, ma anche come il sangue.
Scarpe rosse che simboleggiano l’amore che lei ha dato a un uomo che ha messo al primo posto il suo ruolo e il suo dovere come capo di una cosca, sacrificando la carne della sua carne: la figlia Ifigenia.
Scarpe rosse che vogliono far risaltare, piu’ che i suoi piedi, il suo tallone perche’ l’amore e’ per Clitemnestra il ‘tallone di Achille’, amore che si trasformera’ in rancore omicida.
Mani rivestite di guanti rossi, mani sporche di sangue, il sangue del suo sposo, quello stesso sposo che aveva macchiato le sue con il sangue della loro figlia. Mani che decidono di vendicarsi e uccidere Agamennone.
Agamennone (Antonio Buonomo) appare successivamente in scena come un ricordo di Clitemnestra che si racconta alla corte; egli intona una canzone d’amore napoletana – forse un omaggio alla sceneggiata napoletana – con una voce calda e suadente. E’ la canzone che aveva dedicato alla sua sposa anni addietro quando la conobbe, parole d’amore intrise di tristezza che gia’ preannunciavano il dolore futuro.
I piedi nudi di Agamennone sono in netta contrapposizione con le scarpe carminio della moglie: lei, piena di rancore, sara’ pronta a colpire il ‘nudo e indifeso tallone’ del marito per vendicarsi.
Il terzo personaggio ad entrare in scena e’ Cassandra (Benedetta Bottino), seduta tra il pubblico e invitata a scendere in scena dalle urla di una furiosa Clitemnestra. Ma anche in questo caso Cassandra e’ parte del racconto, perche’ anche lei e’ stata uccisa dalla furia vendicativa di Clitemnestra, insieme al figlio di Agamennone che portava in grembo. Due donne, due antitesi: la moglie abbandonata e l’amante prescelta: Clitemnestra incolpa Cassandra di aver deciso di essere la compagna di suo marito, Cassandra si sente vittima del volere di suo padre e del Destino e non si sente padrona della sua vita, ma solo una pedina all’interno di un disegno fatalistico gia’ definito.
L’ultimo personaggio che entra in scena e’ Egisto, amante di Clitemnestra e killer di Agamennone; e’ un personaggio muto e appare in scena solo per pochi secondi. Egli esegue semplicemente cio’ che Clitemnestra gli ordina di fare, poiche’ e’ lei la mente dell’assassinio e lui semplice braccio.
Il titolo dell’opera originale di Eschilo, cambiato da ‘Agamennone’ in ‘Io, Clitemnestra. Il verdetto’, forse vuole sottolineare che questo spettacolo e’ la confessione di una donna che non nasconde nulla al suo interlocutore, al suo pubblico, che diventa il suo tribunale. Ma in fondo noi, pubblico, non siamo chiamati a giudicare il suo gesto, ma solo ad ascoltare in silenzio la confessione di una donna lacerata nell’animo per la perdita dei suoi valori familiari. Che ci si trovi nella Grecia del V secolo a.C. o nella Campania del nostro secolo il messaggio della tragedia non cambia:la saggezza viene dalla sofferenza.
E noi, pubblico-corte, rimaniamo in silenzio. In fondo chi siamo per poter emettere un giudizio?
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