Di Maria Teresa Sette e Giorgio Di Marzo
Sobrio, severo e impercettibilmente ritroso, Riccardo Muti varca le soglie del Royal Festival Hall, riaperto dopo due anni di restauro, per dirigere la leggendaria Orchestra Sinfonica di Chicago con cui il 5 ottobre si e’ aperta la stagione 2007/2008 della serie Shell Classical International.
Con i suoi 117 anni di storia, la Chicago SO e’ una dei giganti della tradizione classica internazionale. Segnata in particolare dalla lunga direzione di tre personalita’ di spicco (Frederick Stock, Georg Solti, Daniel Barenboim), l’Orchestra vanta attualmente uno dei primati nella diffusione mondiale della musica classica contemporanea. Non frequente, e percio’ unica e preziosa, e’ la collaborazione tra questo portento della musica sinfonica e uno dei piu’ grandi maestri contemporanei. Riccardo Muti e’ salito sul podio della Chicago per condurre un tour partito dall’Italia e approdato prima in Germania, poi a Parigi e infine a Londra con due serate di concerti (5 e 6 ottobre).
Le note criptiche e drammatiche della Sinfonia n. 6 (Pathétique) di Tchaikovsky, estremo capolavoro del compositore russo, hanno dominato il concerto della prima serata. Un viaggio introspettivo, inquieto, incalzante tra le pieghe piu’ nascoste dell’animo umano. Il pubblico trattiene il fiato fino all’ultimo battere di tamburi, l’orchestra tace e un applauso partecipe e liberatorio si leva in sala. Liberatorio. Non per insofferenza ma per la tensione creata da quel turbinio di note che sanno di oscuro, di umana sofferenza. Tensione resa ancora piu’ enfatica dalla monumentalita’ di un’orchestra cosi’ grandiosa e dalla direzione di un maestro cosi’ carismatico. Un incontro tra due esempi di rigore e disciplina che tuttavia alcuni critici inglesi hanno letto in chiave non del tutto positiva. Cosi’ come scrive Erica Jeal del Guardian la quale, pur riconoscendo lo straordinario impatto emotivo dell’esecuzione e l’impronta personalistica del grande maestro, sottolinea come complessivamente “il pegno che l’orchestra paga per la sua disciplina e’ la sensazione che Muti tenga la musica troppo stretta al guinzaglio”, (Guardian, 10 ottobre 2007, Chicago SO/Muti).
Nella seconda parte del concerto due pagine novecentesche: la mistica e pacifica armonia di Nobilissima visione – Suite di Hindemith e la colorata vivacita’ di Le poème de l’extase, Op. 54 di Scriabin.
La fluidita’ di movimento di quest’ultimo brano e la contaminazione estatica che esso diffonde servira’ a ridare agio al maestro, che si rivolge ora con maggiore scioltezza al suo pubblico londinese. E a questo, che gli regala uno scroscio intenso e caloroso di applausi, Muti offre un bis. L’orchestra riparte con un brano di nobile e struggente bellezza tratto dalla Rosamunda di Schubert. L’extase che aveva rapito l’auditorio si sublima e lentamente si tramuta in melanconica serenita’.
La seconda serata si apre con Prokofiev e la sua Sinfonia n. 3 in Do minore, Op.44 che sfortunatamente non abbiamo avuto il piacere di ascoltare perche’ siamo arrivato durante l’intervallo... giusto in tempo per notare una bambina di circa 7 anni essere la prima a prendere posto – e’ davvero bello vedere i giovanissimi ai concerti di musica classica – e alcuni minuti dopo vedere Muti inciampare mentre sale sul podio: per noi l’unico inciampo, poiche’ Muti dirige Il cappello a tre punte – Suite n. 2 di Manuel de Falla, un pezzo pieno di sonorita’ spagnole (grazie non solo alle nacchere) e di atmosfere fiabesche (grazie soprattutto agli strumenti a fiato), con forza e gioia, con un finale suonato con grande enfasi. Rispetto alla prima serata abbiamo ascoltato (e ammirato) una direzione piu’ gioisa, con Muti che a volte sembra danzare sul podio.
Be’, per un brano che e’ stato creato come pantomima, che ha visto la partecipazione di Picasso nel disegno dei costumi e delle scenografia, e che e’ alla fine diventato famoso in tutto il mondo, questa storia di un magistrao che prova a sedurre, senza successo, la moglie di un mugnaio, il suo successo e’ da considerare altrettanto pazzo come la jota – una forma di danza selvaggia – che ritroviamo nel finale!
Il flauto emette le prime note, Muti segna all’inizio il ritmo con dei quasi impercettibili movimenti delle sue mani, poi della testa ed infine con tutto il suo corpo, il ritmo martellante “tatatata-tatatata-ta-ta-tatatata-tatatatatatatatata” riempie la sala e i cuori e l’anima degli spettatori, e la musica sale sempre piu’ forte, e forte, e forte fino a raggiungere il suo orgasmico culmine... Ovviamente si tratta del Bolero di Ravel, un pezzo conosciuto in ogni angolo del mondo, che avrebbe dovuto essere un esperimento... che esperimento! Possiamo essere sicuri, senza ombra di dubbio, che questo esperimento non e’ fallito: il Bolero e' un continuo, imprevedibile nella sua ripetitivita’, sensuale insieme di ghirigori musicali che ha portato il pubblico ad applaudire lungamente Muti e l’Orchestra Sinfonica di Chicago, fino al gran finale: La forza del destino di Giuseppe Verdi, una conclusione perfetta per due concerti che, come sempre quando dei grandi maestri sono coinvolti, hanno lasciato il segno nella musica classica.
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