Di Michele Merenda
Il Tommaso Starace Quartet ha scaldato il pubblico accorso all’interno dell’imponente e freddo blocco – ma la sensazione e’ solo esteriore: l’interno e’ davvero confortevole – che racchiude gli ambienti del National Theatre. Venerdi’ 23 febbraio il quartetto, composto dal leader italo-australiano Tommaso Starace (sax contralto e soprano), Roger Beaujolais (vibrafono), Jerome Davies (contrabbasso) e Rob Barron (pianoforte), in un’ora e mezzo ha piacevolmente intrattenuto i presenti con un repertorio vario. Partendo da grandi artisti del mondo jazz come Dave Brubeck e John Handerson – all’ultimo istante e’ saltata l’esecuzione di Trickle Tinckle di Thelonius Monk – il combo e’ poi passato all’esecuzione di brani estrapolati dal loro secondo album, intitolato “Tommaso Starace plays the photos of Elliot Erwitt”.
L’intesa tra il 32enne milanese, che dal 1994 vive nella terra di Albione, e Roger Beaujolais e’ ottima. Ai due basta uno sguardo veloce per capirsi e per sapere quando attaccare un assolo o smettere. Non a caso, i due suonano assieme da diverso tempo. Molto buona l’intesa anche con gli altri due musicisti; Davies e Barron interagiscono perfettamente, anche se a quest’ultimo, a volte, sembra bisognerebbe legare le dita! “Ehm, si’… – ha poi detto Starace – Effettivamente Rob e’ molto bravo, ma spesso si lascia andare ad assoli davvero lunghi”. Non che sia un male. Certo, in una serata in cui si hanno letteralmente i minuti contati, il buon Tommaso ha dovuto ogni tanto “stoppare” il compagno. Ma alla fine il pubblico, di tutte le fasce di eta’, ha gradito lo humour che ha pervaso la prova dei quattro musicisti, che hanno trasmesso tutta la loro personalita’ positiva e garbata in ogni battuta musicale. Tra un funambolismo ed una nota prolungata, gli spettatori non hanno risparmiato loro gli applausi.
Pero’, sorpresa delle sorprese, Tommaso Starace non e’ stato contento di se’. “Stasera non ho dato il meglio – ha detto alla fine – e da me stesso pretendo sempre il massimo. Per questo tipo di pezzi occorrerebbe una batteria, ma purtroppo non si puo’ usare qui dentro. Fa troppo rumore e, alla fine, questo resta comunque un teatro”.
Magari sara’ “scivolata” qualche nota, ma non sembra essersene reso conto nessuno. E poi tra di voi c’e’ davvero un grande affiatamento.
Si’, e’ vero. Io non cerco solo musicisti bravi, ma anche persone con cui avere un dialogo. Un quartetto e’ come quattro persone sedute a tavola: se tutte e quattro parlano contemporaneamente, c’e’ qualcosa che non va. Se parlano uno alla volta, magari, le cose vanno un po’ meglio.
Da Brubeck a Monk. Sembri apprezzare molto i pianisti.
Si’. Il piano e’ uno dei miei strumenti preferiti. Non deve mai mancare, perche’ per il mio sound e’ essenziale.
Eppure, se Brubeck ha sempre mostrato una eleganza formale, Monk viene apprezzato solo oggi. Una volta non era capito. Lo stesso Miles Davis disse: “Quando suono quella musica mi sembra di essere su una scala che mi scivola sotto i piedi”.
Posso capirlo. Le melodie di Monk sono straordinarie, ma estremamente difficili.
John Coltrane o Charlie Parker?
Direi Parker. Anche se Coltrane mi piace molto per il suo senso del ritmo. E’ molto particolare, sembra “galleggiare” tra le note. Non mi sono mai avvicinato al mondo del free jazz, pero’ ci sono cose interessanti. Lo stesso Monk gli era vicino.Anche se poi il mio preferito resta il contraltista Julian “Cannonball” Adderley. E’ quello che mi commuove di piu’.
Sembri molto influenzato dalla Third Stream o Terza Corrente, dove musicisti come Mingus mescolavano varie influenze, anche classiche.
Vero. Pero’ io mi sento piu’ vicino al mondo del be-bop. Ti diro’, amo letteralmente certe sfumature. Se non fosse per il sax, non farei musica. Sono un contraltista, ma spesso suono il soprano perche’ e’ piu’ melodico e mi ricorda, quasi, la voce umana.
C’e’ chi sostiene che il musicista jazz italiano, come preparazione, sia secondo solo a quello americano. Che ne pensi?
Mah, non saprei. I musicisti bravi e preparati ci sono un po’ dappertutto. Certo, ci sono italiani capaci di grande espressivita’. Stasera abbiamo suonato un pezzo di Rosario Giuliano, Bianco e Nero, che presentava dei toni quasi francesi. Secondo me un pezzo bellissimo [ed anche secondo la platea – N.d.A.]. Poi capita che alcuni musicisti ci vadano giu’ pesante col “testosterone”, cioe’ sparino tutta la grinta che hanno in corpo, ma che non riescano ad ottenere quella espressivita’ che e’ innata nei musicisti neri americani. Comunque penso a Liam Noble, pianista che ha suonato nel mio secondo album, da cui abbiamo preso i pezzi distasera: e’ un musicista di una sensibilita’ straordinaria.
La musica viene vissuta ed organizzata meglio in Inghilterra o in Italia?
Senza dubbio qui in Inghilterra. Mio padre e’ napoletano e mia madre australiana. Quindi sono sempre stato interessato alla comprensione di queste due culture. E ti posso dire che l’organizzazione musicale e’ totalmente diversa. E’ proprio una questione di mentalita’.
E questo tuo secondo album solista?
Trae ispirazione dalle foto di Elliot Erwitt. Sono un appassionato di cinema ed immagini. Le mostre fotografiche, spesso, accendono in me una scintilla di creativita’. Erwitt e’ uno di quegli artisti che hanno maggiormente sviluppato in me questo processo. Lui tratta una grande varieta’ di soggetti, come il conflitto, l’amore e lo humour. Le sue sono immagini forti, che evocano in me emozioni musicali. Ho selezionato otto immagini contrastanti, che sentivo ispiravano in me diversi tipi di composizioni. Quello che mi piacerebbe, sarebbe incoraggiare gli ascoltatori ad abbracciare entrambi questi due tipi di arte. Simultaneamente. Comunque, tra poco, uscira’ il mio terzo album.
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