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DAI PINK FLOYD A LA SCALA:
NICOLA LUISOTTI

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Di Roberta Giaconi e Antonio La Cava

Quando suo padre lo mando’ a imparare il mestiere di fabbro, Nicola Luisotti non immaginava che sarebbe diventato uno dei piu’ acclamati direttori d’orchestra d’Europa. “Devi imparare a guadagnarti da solo le cose” gli aveva detto il padre e lui lo ha fatto, affermando ora: “Mi sento un privilegiato a fare il mio mestiere. Per me non e’ un lavoro dirigere, ma una passione, un sogno, un privilegio”. La sua Madama Butterfly, dal 14 febbraio al 10 marzo, ha commosso la platea della Royal Opera House di Londra. A partire dalla stagione 2009/2010, la sua strada lo portera’ a rivestire il ruolo di Direttore Musicale al San Francisco Opera, il secondo piu’ grande teatro d’opera del Nord America. Martedi’ 20 febbraio, intervistato da Christopher Cook all’Istituto Italiano di Cultura di Londra, Luisotti, allegro e sorridente, ha parlato di se’, dell’opera e dell’importanza della musica col pubblico e con GIORGIOSTUDIO.

La Madama Butterfly e’ la seconda opera [dopo Il Trovatore - N.d.A.] che porti in scena alla Royal Opera House: perche’ proprio questa rappresentazione di Puccini?
La Madama Butterfly e’ nata in parte proprio a Londra. Puccini si trovava infatti qui quando venne a sapere che a teatro davano la Madama Butterfly di David Belasco. Decise di andarla a vedere e, sebbene non conoscesse neanche una parola di inglese, si innamoro’ a tal punto della rappresentazione da precipitarsi da Belasco. “Dammi i diritti, ti prego” gli chiese a mani giunte e Belasco, vedendo tanta passione, lo accontento’.
Inoltre devo confessare che questa rappresentazione ha un significato particolare per me in quanto e’ la prima opera che io abbia visto. Avevo 12 anni allora e suonavo l’organo nella chiesa di Torre del Lago, un piccolo paese della Toscana famoso proprio per il suo annuale festival pucciniano. Paoletti, direttore d’orchestra, sentendomi suonare chiese a mio padre il permesso di portarmi a vedere la Madama Butterfly. Fu la mia prima opera e ricordo che mi addormentai cosi’ felice guardandola, cullato dalla musica.

La tua passione per la musica e’ stata molto precoce, nonostante la tua famiglia non avesse la possibilita’ economica di farti studiare. Ma come ti sei avvicinato per la prima volta alla musica?
La mia passione per la musica forse e’ innata: mia madre cantava nel coro della chiesa, mio padre suonava il clarinetto.
Avevo 7 anni quando, andando in chiesa, rimasi affascinato dall’organo. Mi avvicinai e provai a toccarlo e il parroco mi corse dietro per colpirmi la mano e tenermi lontano. Tuttavia, vedendo che il mio interesse era molto forte, invece di schiaffeggiarmi mi permise di provare e dopo cinque giorni suonavo gia’ l’organo in chiesa grazie al mio forte interesse ed alla capacita’ di riprodurre ad orecchio cio’ che ascoltavo.
Per me la musica e’ sempre stata un sogno. Ero l’ultimo di cinque figli e i miei genitori non potevano permettersi di farmi studiare: infatti studiai per quattro anni in seminario. “Scusaci Nicola, ma non possiamo sostenere i tuoi studi di musica – mi disse mio padre – ma se questo e’ quello che vuoi, puoi lavorare per mantenerteli da solo”. E cosi’ feci: di giorno lavoravo e la sera suonavo. Ho studiato composizione, canto, chitarra e piano. All’inizio facevo piano-bar per pagarmi gli studi. Ho fatto anche il fabbro visto che mio padre voleva che imparassi un mestiere. Da ragazzo, insieme ad altri, formai un gruppo musicale chiamato Il Punto Morto, e insieme suonavamo le canzoni dei Pink Floyd. Le ristrettezze economiche mi hanno stimolato maggiormente ad appassionarmi a qualcosa che mi piaceva, cioe’ la musica. La musica mi ha insegnato quanto la vita sia meravigliosa, e l’opera e’ diventata come una donna a cui dai tutto.

Tanti sacrifici prima di arrivare: quando hai capito che le cose stavano cambiando?
Un giorno lessi su un giornale di Firenze che c’era un’audizione a La Scala di Milano. Io non ero mai stato li’. “Ma perche’ non dovrei provare?” mi chiesi. E’ cosi’ che e’ iniziato tutto: pochi giorni dopo l’audizione mi chiamarono per dirmi che ero stato preso per lavorare con Muti. Ricordo il nostro primo incontro e il suo volto severo: ero cosi’ spaventato!

Qual e’ la lezione piu’ importante che hai imparato in questi anni?
Muti mi ha insegnato che un direttore d’orchestra deve rispettare sempre il compositore originario: una lezione preziosissima. E lo stesso vale per la scenografia: non puoi trasportare un’opera nel futuro! Tempo fa [febbraio 2005 – N.d.A.] a Monaco hanno messo in scena un Rigoletto in cui il protagonista dell’opera era un astronauta che approdava in un paese di scimmie: assurdo! Se i direttori d’orchestra vogliono una completa liberta’ devono comporre una propria opera, senza alterare il lavoro di un altro.

La lingua italiana e’ ancora la lingua dell’opera?
Non solo e’ la lingua dell’opera, perche’ devo aggiungere che la conoscenza dell’italiano e’ un vantaggio per un direttore d’orchestra visto che e’ difficile condurre un’opera se non ne conosci la lingua; e questo motivo mi ha spinto a studiare il tedesco, appunto per poter dirigere le opere in lingua tedesca.

Dall’esterno sembra che il direttore d’orchestra sia un padre-padrone: e’ cosi’?
Il direttore d’orchestra non ha un potere dittatoriale: l’opera e’ un team e si decide insieme sulle scelte da fare. Un buon direttore deve essere essenzialmente preciso: i componenti dell’orchestra sono degli specialisti, conoscono il proprio strumento sicuramente meglio del direttore, per cui cio’ che si aspettano da lui e’ che dica con precisione cio’ che vuole, che parli in modo chiaro.

Le piu’ grandi soddisfazioni professionali le hai avute all’estero e non in Italia: perche’?
I governi italiani si succedono senza prendere decisioni per l’opera: ci vorrebbe una maggiore considerazione per la cultura e invece i fondi vengono ridotti sempre di piu’ mentre il teatro dovrebbe avere prezzi piu’ popolari, per poter coinvolgere anche i giovani. L’Italia potrebbe e dovrebbe vivere di cultura: non abbiamo il petrolio da esportare, ma abbiamo un patrimonio artistico ricco e ammirato. Ma bisogna andare all’estero per vederlo pienamente realizzato. E’ un vero peccato.

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