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LA MUSICA PER L'ISTITUTO
ITALIANO DI CULTURA

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Photo by GIORGIOSTUDIO.

Di Giorgio Di Marzo e Luisa Terzulli

Abbiamo incontrato il Dr. Luigi Mammolini (LM), responsabile musicale dell’Istituto Italiano di Cultura a Londra, e con lui e il Direttore dell’Istituto Prof. Pierluigi Barrotta (PB) abbiamo parlato dell’impegno dell’Istituto nella promozione della musica italiana in Inghilterra.

Partiamo da Napul’e’, su cui abbiamo anche pubblicato un articolo (START Newsletter numero 4). Come e da chi e’ nata questa idea?
LM: L’idea e’ nata su suggerimento dell’Ambasciata Italiana di Londra. E’ cosi’ stata inserita nel programma della settimana della lingua italiana, che quest’anno era dedicato al cibo e alle feste popolari, e abbiamo considerato che la canzone napoletana rappresenta la quintessenza della festivita’ popolare italiana. E’ anche quella piu’ nota nel mondo, si tratta inoltre di musica popolare che ha anche dei risvolti colti, perche’ gran parte delle poesie napoletane moderne – poeti come Di Giacomo, ad esempio – sono state poi messe in musica.

Abbiamo visto che c’e’ stata un’ottima accoglienza da parte del pubblico: tanto e non solo italiano.
LM: Beh, devo dire che io sono stato troppo indaffarato con l’organizzazione del concerto per avere il tempo per uno studio dettagliato del pubblico, quindi mi rimetto al vostro giudizio. Sicuramente c’e’ stato un pubblico molto abbondante, che ha dimostrato un grande interesse per questo tipo di canzone che e’ meno frequentemente rappresentato.

Parlando invece della programmazione musicale in generale, come viene realizzata e cosa c’e’ in programma per il futuro?
LM: In generale si cerca di collaborare con le istituzioni musicali inglesi, siano esse grandi istituzioni – come il Barbican Centre o la Royal Opera House – oppure festival – come il London Jazz Festival o il Festival di Musica Contemporanea di Huddersfield. Negli anni passati si e’ cercato di dare piu’ rilevanza agli aspetti piu’ innovativi e moderni della musica italiana: mi riferisco appunto a quello che va in scena a Huddersfield, alla musica classica contemporanea, dando per scontato che l’opera sia gia’ mainstream qui a Londra e che istituzioni come la Royal Opera House hanno gia’ in cartellone un’abbondante scelta di opere italiane. Si e’ quindi cercato di fare in modo che non fosse questa la priorita’ della nostra azione a Londra, ma di promuovere la musica meno nota. Ciononostante, come si puo’ vedere dal nostro programma, abbiamo appena inaugurato una serie intitolata Night at the Opera: ad esempio ieri sera era qui presente Nuccia Focile, che ha parlato della sua carriera e del suo ruolo ne La Bohème in scena alla Royal Opera House; questa serie continuera’ fino a febbraio con altre interviste a interpreti, direttori d’orchestra e altri protagonisti dell’opera italiana. Questa collaborazione con la Royal Opera House e’ nata da una collaborazione con l’associazione Friends of the Royal Opera House; ripeto che non e’ in cima alla lista delle nostre priorita’ ma adesso stiamo sperimentando questa serie di quattro incontri e se il pubblico dimostrera’ un certo interesse vedremo di proseguire con questa iniziativa anche nel futuro.

C’e’ qualche progetto in cantiere che dia spazio ai giovani musicisti italiani che vivono e lavorano a Londra?
LM: Abbiamo avuto per anni una serie intitolata Lunch Time Concerto, incentrata in gran parte sui giovani musicisti italiani che studiano qui a Londra: alla Royal Academy of Music, al Royal College of Music, alla Guildhall School of Music and Drama… Abbiamo organizzato decine di concerti qui in Istituto all’ora di pranzo, che servono come vetrina per i giovani artisti. Questo programma e’ attualmente un po’ in crisi perche’ manca la “materia prima”. Non appena disporremo di una nuova generazione di italiani che studiano nei grandi conservatori londinesi – e che quindi sono tutti gia’ diplomati dai conservatori italiani e vengono qui per frequentare dei postgraduates – la nostra intenzione e’ di portare avanti quest’iniziativa per poter offrire una vetrina a questi giovani artisti italiani. Cosi’ come mi piacerebbe realizzare una collaborazione piu’ sistematica con i giovani compositori italiani che lavorano e compongono colonne sonore qui a Londra, ce ne sono e quindi anche a loro bisognerebbe prestare un minimo di attenzione. Quindi si’, noi abbiamo una pratica che consiste nel cercare di valorizzare i giovani talenti italiani qui a Londra, nei diversi campi musicali.

Ma si e’ mai presa in considerazione l’idea di uscire un po’ dai “ranghi”? Lei ha finora parlato di studenti, di diplomati al conservatorio, di accademie – come e’ giusto che sia – ma la musica italiana non e’ soltanto questo. Si e’ mai pensato quindi ad un excursus al di fuori di questi parametri?
LM: Noi non abbiamo mai esercitato per questioni di genere, abbiamo anche sostenuto concerti di gruppi che suonano taranta salentina, jazz, abbiamo sostenuto anche concerti di Paolo Conte e di altri cantanti pop che pero’ si contano sulle dita di una mano: i cantanti pop che hanno un vero mercato qui a Londra sono pochi, e se ce l’hanno di solito non hanno bisogno del sostegno dell’Istituto. Carmen Consoli [che ha suonato a Londra lo scorso giugno, NdR] e Paolo Conte si sostengono da soli. Normalmente pero’ gli organizzatori con cui collaboriamo ci richiedono un sostegno che noi, nei limiti delle nostre disponibilita’ di budget, offriamo volentieri: l’abbiamo fatto, ad esempio, con Ennio Morricone quando si e’ esibito con la sua orchestra alla Royal Albert Hall eseguendo sia colonne sonore che composizioni personali. Insomma, non abbiamo preclusioni in termini di genere; a mio parere noi dovremmo cercare di sostenere tutta la musica italiana, secondo me con un limite rappresentato proprio dalla lingua: i giovani gruppi italiani che cantano in inglese gia’ mi sembrano meno rilevanti dal nostro punto di vista, perche’ se noi abbiamo come compito istituzionale la diffusione della cultura e la lingua italiana, promuovere la lingua inglese mi sembra un compito che esuli dalla nostra ragione d’essere. Poi possono ovviamente esserci delle considerazioni di ordine extra-musicale per la promozione in un certo momento un cantante invece di un altro, e in questo naturalmente l’Ambasciata e’ “sovrana” e puo’ suggerirci determinate scelte per questioni di opportunita’. Ma in linea di massima, come fatto di “politica quotidiana” vengono concordati con il Direttore questi orientamenti di promozione della musica italiana, e in particolare quella meno nota: infatti e’ per questo che abbiamo sempre sostenuto la partecipazione italiana al Festival di Huddersfield, perche’ oltre a essere un settore meno noto e’ anche un ambiente in cui i musicisti italiani fanno piu’ fatica ad emergere e farsi un nome all’estero.

PB: Queste sono poi le strategie che seguiamo in ogni settore: dall’arte alla letteratura, al cinema…

Lei parlava prima del problema della lingua. Questo pero’ e’ spesso il primo limite per farsi conoscere in Inghilterra, perche’ chi normalmente canta in italiano deve poi adattarsi ad un mercato inglese che vuole sentir cantare in inglese piu’ che in italiano.
LM: Si, pero’ e’ anche un mercato molto aperto a quella che chiamano world music, quindi musica proveniente da tutto il mondo come la taranta di cui parlavo prima, che e’ cantata in dialetto pugliese, neanche in italiano. Questo pero’ non e’ un ostacolo, nessuno ha mai pensato ad una traduzione in inglese della taranta! Ci hanno proposto di recente di sostenere una versione inglese de La Traviata, pero’ finche’ e’ possibile avere l’opera italiana in italiano mi sembra preferibile sostenere quest’ultima. Incoraggiare con il nostro contributo la traduzione inglese de La Traviata e’ qualcosa che forse si dovra’ fare fra 50 anni, ma oggi credo sia piuttosto prematuro. Nella letteratura, invece, gia’ sosteniamo la traduzione in inglese di opere di autori italiani perche’ il divario tra le due lingue e’ tale che non c’e’ speranza che il testo venga letto in originale. Nell’opera, che e’ un settore con una tradizione di rappresentazioni in italiano, cerchiamo di conservare questa stessa tradizione anche per coltivare un “pregiudizio favorevole” nei confronti dell’Italia: si parla tanto della lingua italiana come particolarmente adatta al canto, all’opera, quindi ci sembra giusto non scoraggiarlo. Questa immagine della lingua italiana abbinata alla musica risale al ’700, c’e’ una tradizione di musicisti italiani a corte, quindi mi sembra che sia un’eredita’ che dobbiamo cercare di conservare.#

PB: Quello della lingua e’ un discorso molto interessante per l’Istituto, pero’ non va fatto in termini di una specie di salvaguardia della lingua italiana in quanto tale ma perche’ espressione di cultura. La lingua italiana e’ scomparsa nel settore del business o dell’informatica perche’ gli elementi di punta di ricerca e “culturali” in senso ampio non sono italiani; in altri campi – quello dell’opera o anche dell’arte – siamo noi invece ad esportare termini culturali. Le faccio un esempio: tutti parlano di Arte Povera perche’ e’ un movimento culturale nato a Torino nel 1960, si e’ imposto in tutto il mondo e abbiamo esportato anche il termine, nessuno parla di Poor Art. Quindi non si deve vedere nella lingua italiana una competizione con la lingua inglese, ma semplicemente una libera espressione della cultura italiana che va incentivata e incoraggiata. Noi abbiamo questo approccio, non e’ quindi un atteggiamento protezionistico di imporre a tutti i costi la lingua italiana: la utilizziamo dove effettivamente e’ parte integrante del movimento culturale. Non sono d’accordo ad esempio con le polemiche che ci sono state tempo fa per l’eliminazione della lingua italiana nelle conferenze stampa della Commissione Europea a Bruxelles, perche’ non e’ con le pressioni politiche che si promuove una lingua ma incoraggiandone l’espressione culturale.

D’altra parte l’unico modo per capire a fondo una cultura e’ studiarne anche la lingua…
PB: Ma infatti proprio questa e’ l’altra faccia della medaglia della cultura: se tu hai una cultura interessante poi segue necessariamente anche lo studio della lingua. Le persone che vengono qui a studiare italiano sono tutte interessate all’opera, all’arte, alla cucina, o magari hanno una casa in Italia e vogliono comunicare con le persone; sono tutte situazioni culturali insomma, ed e’ da li’ che la lingua poi ha successo.

Per concludere con il discorso musicale, qual e’ la risposta generale del pubblico inglese?
LM: Il pubblico inglese per quanto riguarda i concerti lunch time e’ piu’ limitato ai nostri soci: abbiamo circa 500-600 soci e quello e’ anche il raggio della nostra comunicazione; il concerto lunch time,d’altra parte, ritaglia un pubblico particolare, che e’ libero in quel momento. Per i concerti serali, invece, di solito abbiamo le sale piene, ci rivolgiamo a un pubblico un po’ piu’ vasto, cerchiamo anche di promuovere questi eventi sulla stampa specializzata. Teniamo conto, fra l’altro, che l’Istituto ha un pianoforte, che rappresenta una risorsa per noi, quindi cerchiamo di utilizzarlo invitando dei bravi pianisti italiani e la risposta del pubblico e’ buona. Lo stesso si puo’ dire anche fuori dall’Istituto, in occasione di grandi festival, e in alcuni casi i musicisti ottengono qui un successo maggiore di quello che riscuotono in Italia. Questo non e’ inusuale, soprattutto quando si tratta di musica contemporanea, per cui qui c’e’ un pubblico molto piu’ ampio. La Southbank o la Royal Festival Hall, inoltre, di solito hanno anche un’ottima sezione didattica dedicata ai bambini e quindi questo e’ un ulteriore legame che si crea fra la musica e il pubblico. Ci siamo ad esempio impegnati in un’opera che andra’ in scena a Birmingham a fine giugno 2007: si tratta della prima opera di Nino Rota che si intitola Il Principe Porcaro, da una fiaba di Andersen, e che verra’ rappresentata al teatro principale con musicisti della Birmingham Symphony Orchestra – una delle migliori orchestre d’Inghilterra. Quest’opera e’ parte di un progetto centrato a Birmingham che coinvolge una decina di scuole, in cui verranno tenuti workshop e seminari rivolti ai giovani studenti. Ci e’ sembrato quindi interessante sostenerlo proprio per questa proiezione al di fuori del teatro; qui in Inghilterra si coltiva molto questa dimensione, questo rapporto con le future generazioni, e si creano molte piu’ opportunita’ rispetto all’Italia, crediamo quindi che sia importante sostenere iniziative in questo senso.

Grazie al Prof. Barrotta e al Dr. Mammolini per la loro disponibilita’.

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