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INTERVISTA CON IL
TRIO DI PARMA

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Di Luisa Terzulli

Abbiamo incontrato il Trio di Parma in occasione del loro concerto a Londra, il 28 novembre 2006 presso la Wigmore Hall. Enrico Bronzi (E) al violoncello, Ivan Rabaglia (I) al violino e Alberto Miodini al pianoforte (A), ovvero il Trio di Parma, si sono rivelati tre simpatici e cordiali ragazzi, “concedendosi” ai microfoni di GIORGIOSTUDIO (G) per un’interessante chiacchierata.

G: Noi ci occupiamo di arte e cultura italiana qui a Londra. Quindi la domanda che facciamo a tutti (da questa non si scappa!) e’: che cos’e’ l'Arte?
E: (breve risata di constatazione) “Mah…”

G: Questa mette sempre in imbarazzo tutti…
E: “Eh, si’, e’ una domanda difficile… L’Arte e’ una nobile manifestazione dell’essere umano, nel senso che e’ un istinto direi quasi primordiale, se vogliamo anche abbastanza misterioso, dell’uomo di produrre qualcosa che lasci un segno di se’. Poi l’Arte e’ tante cose insieme, e’ comunicazione, e’ astrazione, e’ anche geometria… E’ molto difficile dare una risposta, secondo me, esaustiva. Certo e’ un istinto credo abbastanza originario dell’uomo”.

I: “Io aggiungerei solamente, forse, che per Arte si intende tutto cio’ che puo’ essere creativo e comunicativo verso il prossimo. Sicuramente e’ una forma di comunicazione pero’, diciamo cosi’, tra le piu’ “alte” che possiamo conoscere. Tutto li’”.

E: “Nell’’800 si diceva che la musica fosse la forma d’Arte piu’ alta perche’ era la piu’ immateriale. Tutto sommato e’ quella che va ricreata ogni volta e al contempo ci sfugge e scorre nel tempo. Nel tempo stesso in cui si produce e’ gia’ svanita. Questo e’ abbastanza suggestivo. E’ una visione molto affascinante di che cosa sia la musica, di come necessiti sempre di una ri-creazione, cioe’ della presenza dell’interprete che crea appunto un rapporto dialettico e spesso problematico tra i tre fattori: l’autore, l’esecutore e l’ascoltatore. Sono tre aspetti che vanno sempre insieme. Non va tolto da questo rapporto l’ascoltatore, che non e’ passivo ma soggetto attivo”.

I: “Si’, nella pittura o nella letteratura manca forse un passaggio; invece nella musica e’ necessario, e’ assolutamente importante”.

E: “A me manca un’oggettivita’, invece. La Gioconda e’ comunque pur sempre La Gioconda, mentre il Trio di Tchaikovsky che suoniamo stasera e’ soltanto uno dei trii di Tchaikovsky. Poi chiaramente ogni spettatore che vede La Gioconda al Museo del Louvre a Parigi vede la sua Gioconda, pero’ e’ comunque un oggetto, una cosa specifica, attraverso una sedimentazione di idee, di concetti. Soprattutto perche’ e’ un’opera molto nota e riprodotta. Per la musica invece questo elemento di immaterialita’ la rende ancora misteriosa.”

G: Enrico ha parlato di comunicazione. Spesso nelle nostre interviste, soprattutto i musicisti, ci dicono che per loro Arte e’ comunicare. Come si manifesta questo elemento della comunicazione nel vostro caso, per voi che riproducete, appunto, reinterpretate qualcosa che ha comunque composto qualcun altro?
A: “Questa e’ una domanda che puo’ scendere anche nell’aspetto “tecnico-artigianale” del fare musica. Se noi affidiamo una partitura all’esecuzione di un computer, di un sequencer, otteniamo un’immagine di quel pezzo ma sicuramente possiamo dire che non abbiamo una comunicazione. Evidentemente il comunicare  attraverso la musica sta nell’utilizzare alcuni mezzi che poi vengono decodificati dall’ascoltatore con l’esperienza, che possiamo chiamare fraseggio piuttosto che tempo o intensita’ dinamica; quindi con questi parametri abbastanza “pratici” noi ricreiamo un codice di interpretazione che, bene o male, e’ comune a tutti quelli che ascoltano, e che pero’ possono essere percepiti in maniera diversa. Il fatto sta nel sapere comunicare attraverso questi parametri cio’ che noi sentiamo”.

G: E cosa sentite? Cosa volete comunicare?
I: “La cosa difficile e’ proprio il cercare  questo filo che lega l’autore all’esecutore: forse questa e’ la ricerca di tutti i musicisti che vogliono avvicinarsi il piu’ possibile al compositore. Questa forse e’ la cosa più difficile, anche perche’ spesso ci sono secoli di distanza. Quindi e’ difficile trovare una verita’, ce ne possono essere tante. Ed e’ difficile trovare questo filo comunicante, appunto, tra autore, scrittura – quindi testo – ed esecutore”.

E: “ Tanto piu’ che il rispetto del testo dell’esecutore non e’ poi neanche cosi’ scontato nella nostra epoca e forse questo ha anche una sua ragione, nel senso che la musica comunque e’ una cosa che si ricrea, appunto, nell’istante stesso dell’esecuzione. Il concetto da cui un’esecuzione puo’ partire puo’ anche prescindere, volendo, in qualche modo dall’idea o dalla tradizione esecutiva del compositore. Si potra’ discutere sulla maggiore o minore verita’ rispetto al tempo in cui e’ stato scritto il brano, ma e’ anche un discorso legato all’attualita’ e all’attualita’ di fare musica”.

G: Volete raccontare ai nostri lettori come nasce il Trio di Parma?
I: “Nasce al conservatorio di Parma, appunto, quando eravamo studenti. Forse la prima cosa che abbiamo fatto insieme e’ stato un esame di quinto anno, io ed Enrico. Poi e’ nato un trio con un nostro amico chitarrista, poi e’ nato un duo, io con Alberto. Poi si e’ formato finalmente il Trio, quando avevamo circa 16-18 anni. Da li’ abbiamo successivamente vinto il nostro primo concorso a Firenze, il Premio Vittorio Gui, ed e’ cominciata la carriera e i concerti… da allora sono 16 anni che suoniamo insieme e speriamo di andare avanti”.

G: E’ la prima esperienza qui in Inghilterra?
E: “No, siamo gia’ venuti proprio qui alla Wigmore Hall, una decina di anni fa”.

G: Quindi potete fare un paragone tra il pubblico italiano e quello inglese, magari. Ci sono differenze e quali?
E: “Mah… Devo dire che la realta’ che ho notato, e alla quale e’ veramente legato il pubblico londinese, e’ l’offerta immensa che Londra ha. Mentre noi suoniamo questo Trio di Tchaikovsky questa sera, Maxim Vengerov suona lo stesso Trio al Barbican Centre nello stesso orario (risate generali). E’ curiosa questa cosa. Tutto sommato questa grande offerta, che poi e’ anche una grande offerta di pubblico per l’organizzatore musicale, fa si’ che ancora esista una figura che e’ scomparsa quasi dappertutto, che e’ quella dell’impresario. Voglio dire, una sala come la Wigmore Hall, viene “affittata”  da un impresario e lo stesso impresario deve fare i conti con le vendite dei biglietti. E’ una cosa che e’ scomparsa nel resto del mondo, e’ una cosa un po’ antica. E da un certo punto di vista e’ positivo che sia scomparsa, nel senso che comunque non c’e’ piu’ il problema di creare. L’Arte e’ veramente libera, non esiste piu’ la necessita’ di compiacere in qualche modo il pubblico, ci puo’ essere piu’ liberta’. Ma dall’altro lato, secondo me, e’ soprattutto una perdita di questo rapporto di collaborazione musicale. Il fatto di dire: questo e’ quello che noi offriamo, se volete lo comprate, se non lo volete non lo comprate (risate)… In fondo e’ sano, e’ quasi ottocentesco, pero’ e’ bello. E a Londra ancora si trova. E’ una cosa abbastanza insolita rispetto all’andamento generale delle stagioni nel mondo, che vivono moltissimo sui finanziamenti pubblici. Insomma, e’ una cosa interessante”.

G: Quindi pensate che qui ci sia un maggiore interesse per questo tipo di musica, e per l’Arte in generale, rispetto all’Italia? C’e’ qualche Paese in cui c’e’ un’attenzione particolare?
I: “Direi di si’: l’Inghilterra in generale fa parte di questi Paesi, insieme alla Germania e all’Austria, in cui c’e’ molta attenzione verso la musica, ogni forma della musica, dall’opera alla musica da camera”.

E: “Non da ultimo, la bellezza di queste sale. Questo ad esempio permette anche l’afflusso di turisti che sono a Londra per pochi giorni e che magari vanno volentieri a sentire il concerto alla Wigmore Hall, anche non conoscendo l’artista presente, proprio perche’ e’ la Wigmore Hall”.

G: Anche per chi c’e’ sul palco e suona, magari c’e’ una soddisfazione maggiore…
I: “Diciamo che la differenza, forse, tra l’Italia e questi Paesi – come la Germania e l’Inghilterra – con queste sale e’ proprio il fatto di avere una maggiore scelta nella produzione musicale. Quindi l’opera trova spazio in un ambiente specifico per l’opera, la musica da camera in un ambiente per la musica da camera, e cosi’ via…”.

E: “Da questo punto di vista noi italiani siamo un po’ inadatti…”.

I: “In Italia abbiamo dei teatri magnifici, splendidi, a volte anche acusticamente, pero’ nati per l’opera. Quindi sicuramente piu’ adatti all’opera. A noi mancano sale per musica diversa dall’opera come la nostra”.

E: “Infatti non appena ci si e’ prospettata l’idea di fare una registrazione di questo concerto dal vivo, in questa sala, ne abbiamo approfittato immediatamente, perche’ sappiamo che e’ molto improbabile trovare una situazione ideale di questo tipo. Purtroppo e’ improbabile in Italia poiche’ neanche le nuove sale arrivano a questo livello”.

G: In linea di massima i giovani sono attratti dal rock o dal pop… Qual e’ il vostro atteggiamento nei confronti di questo tipo di musica? La ascoltate, ne traete ispirazione in qualche modo, la evitate…?
A: “No, non l’abbiamo mai evitata. Ognuno a seconda del proprio istinto, ma che va a periodi… Sicuramente il Jazz a tutti e tre e’ sempre molto piaciuto, come anche certi aspetti della musica leggera possono essere molto interessanti. Cosi’, mi piacerebbe dire che ho prodotto per esempio gli arrangiamenti di due dischi di un cantautore italiano…”.

G: Possiamo farne il nome?
A: “Si’ si’… Ne sarebbe contento: Francesco Camettini. Non e’ ancora una star, ma potrebbe diventarlo…”.

G: E allora potremo dire: "Noi ne avevamo parlato"!
I: “…Lo sapevamo (tra le risate generali)…”.

A: “C’e’ pero’ da dire che esiste all’interno della musica leggera, obiettivamente, una fascia che non esce dall’aspetto puramente commerciale o d’uso. E quello, personalmente, non mi attrae particolarmente. Mentre invece ci sono alcuni autori che hanno qualcosa da dire, che fanno Arte se vogliamo, come dicevamo prima, e quelli li apprezziamo sicuramente molto”.

E: “Noi abbiamo un progetto di una residenza musicale a Treviso, per la fondazione Benetton, dove facciamo una stagione nostra di concerti, e poi offriamo un servizio per le scuole, presentando concerti che eseguiamo la sera e anche la mattina per gli studenti. E i bambini, anche piccoli, sono rimasti spesso sorpresi dall’esecuzione dal vivo di un concerto di musica da camera, che si aspettavano essere una cosa pesante… Anche li’ la riflessione e’ nata, proprio insieme a loro, sul fatto di come molto spesso, sempre piu’ spesso, sia in realta’ il mezzo televisivo a dirci quali sono i nostri gusti ed a condizionarli cosi’ fortemente, a tal punto da non creare le condizioni per delle persone che si formano, e che formano i loro gusti, di avere una scelta. Alla fine non c’e’ niente da fare: se un bambino sente dalla mattina alla sera MTV e basta, e non entra a contatto con la musica, e’ difficile che poi a 20 anni si entusiasmi per una cosa di cui non conosce i parametri. Si fa sempre l’esempio di come a noi il teatro Nō giapponese lasci assolutamente perplessi, ma di come il conoscitore riesca a capire e riconoscere le sfumature, il gesto, la retorica che si cela dietro e quindi riesca ad apprezzarne anche gli elementi piu’ sottili ed appassionarsi di questo. Il problema e’ che un minimo di preparazione ci vuole. Tutto sommato ci vuole anche per il rap. Nel senso che i primi tempi, mi ricordo, che in Italia si ascoltava la musica rap, non si conosceva la lingua e quindi si presentava come una cosa informe senza melodia, e sorprese un po’ tutti. Adesso il rap pare che sia la cosa piu’ diffusa in assoluto e anche se non capiamo una parola ne cogliamo l’aspetto ritmico. Quindi, un minimo di preparazione ci vuole anche per la piu’ commerciale e popolare delle musiche. L’essenziale pero’ e’ riuscire a creare un contatto in qualche modo, mentre invece, devo dire, il mezzo televisivo e i media in generale questo non lo fanno”.

G: Perche’ magari spingono verso il genere che puo’ portare a un maggior ritorno economico…
E: “Beh, il grande segreto iniziale del rock era l’immediatezza e la semplicita’ del messaggio. Un tema dei Pink Floyd aveva tre note che ti si conficcavano in testa e diventava popolare. Ed e’ giusto, e’ il concetto di jingle. Questo e’ un’idea interessante da un punto di vista musicale, pero’ poi si riduce immancabilmente alla via piu’ facile per fare musica”.  

I: “E’ questo il problema. L’Arte non fa fare soldi, non e’ il mezzo per cui ci si puo’ arricchire da un giorno all’altro. Quindi… dovrebbero essere i direttori delle TV, insomma, magari anche della radio, ad agire in questo senso…”.

E: “Ad esempio il concerto che suoniamo stasera, Tchaikovsky, dura 50 minuti, e la gente ormai e’ sempre piu’ abituata alla velocita’ dei videoclip. La concentrazione dura pochissimo, poi bisogna fare dell’altro. E questa e’ una dimensione che ci appartiene sempre di meno e che richiede un minimo di sforzo… e molto spesso la gente non e’ disposta a farlo a causa dell’abitudine…”.

G: Non e’ piu’ disposta a stare seduta per 50 minuti,  prestare attenzione alla scrittura… Vi aspettate qualcosa da questa serata, qual e’ il messaggio da lasciare?
I: “Penso che se venissero tanti italiani sarebbe bello… (risate generali)”.

E: “Io confesso che qui alla Wigmore Hall mi accontenterei anche di essere da solo, e’ molto gustoso suonare in questa sala, al di la’ di tutto”.

I: “E’ chiaro che si suona per il pubblico, pero’ e’ gia’ positiva la situazione… e sara’ quel che sara’”.

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