Di Giorgio Di Marzo
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e’ stato a Londra il 12 e 13 ottobre. Durante il suo soggiorno, non in visita di Stato ma in visita di cortesia, ha incontrato a Buckingham Palace Sua Maesta’ la Regina Elisabetta II: un incontro estremamente cordiale e semplice che, a detta del Presidente, e’ stato molto soddisfacente e gratificante.
Il Presidente Napolitano ha visitato altresi’ la interessantissima mostra At Home in Renaissance Italy – un articolo sulla mostra sara’ pubblicato sul prossimo numero di START – Newsletter disponibile da meta’ dicembre – allestita presso il Victoria & Albert Museum, e ha incontrato la stampa e i rappresentanti della comunita’ italiana presso la Residenza dell’Ambasciatore d’Italia a Londra.
Il Capo dello Stato ha inoltre tenuto una importante conferenza alla London School of Economics sul tema dell’integrazione europea, nella quale ha messo in luce, in particolare, lo stretto collegamento tra il rafforzamento delle Istituzioni previsto dal Trattato costituzionale e l’efficacia dell’azione dell’Unione Europea all’interno e all’esterno della stessa, e sottolineando il ruolo del Regno Unito in questo contesto.
A mio avviso sono da riportare e sottolineare i seguenti passaggi che dimostrano come l’Italia, nella persona della sua piu’ alta carica istituzionale, ha come principale obiettivo di politica internazionale il miglioramento e completamento del processo di integrazione europea.
“La storia dell'integrazione europea e’ indubbiamente quella di un grande successo: una Comunita’ che si e’ lasciata definitivamente alle spalle antagonismi fatali tra le potenze europee, conflitti sanguinosi per l'egemonia; un continente che – uscito devastato dalla seconda guerra mondiale – ha avviato un processo di integrazione e liberalizzazione che – nel segno dell'economia sociale di mercato – ha posto le basi per la sua rinascita; una famiglia di popoli che ha gradualmente esteso il suo modello di riconciliazione e di progresso a tutti i Paesi che hanno voluto farne parte, promuovendo la democrazia, abbattendo le frontiere, dando impulso allo sviluppo economico e civile in tutti gli Stati che si sono via via associati al progetto nato negli anni '50; una Unione che si e’ data istituzioni proprie e regole comuni, un mercato unico e una moneta unica, e che ha l'ambizione di acquistare – parlando con una sola voce – peso e autorevolezza sulla scena mondiale.
Volgendo lo sguardo ai progressi realizzati e alla loro portata, dovremmo chiederci, non tanto come l'Unione abbia potuto attraversare tante crisi e tante evoluzioni, ma come abbia potuto raggiungere questi traguardi.
Eppure i nostri cittadini lanciano segnali di malessere e di inquietudine. La modesta affluenza alle urne alle elezioni del Parlamento Europeo nel 2004 e l'esito dei referendum indetti in Francia e nei Paesi Bassi sul Trattato costituzionale ne sono una eloquente avvisaglia.
Poche epoche sono state sottoposte, come la nostra, a processi di trasformazione tanto accelerati, che scuotono con forza, ovunque, le strutture politiche, economiche, sociali e culturali. Di fronte alla complessita’ di un mondo sempre piu’ interdipendente e difficile da governare, parte dei nostri cittadini si interroga sulla capacita’ dell'Unione Europea di fornire soluzioni adeguate ai problemi e alle sfide pressanti della vita di tutti i giorni: la disoccupazione, l'immigrazione, il degrado ambientale, la crisi energetica, il terrorismo, le minacce alla stabilità internazionale.
Sono preoccupazioni ancor piu’ forti tra i nostri giovani, che per la prima volta – dopo decenni di sviluppo ininterrotto – temono che il ritmo di crescita del loro reddito possa risultare inferiore a quello della generazione che li ha preceduti. Sono interrogativi su questioni che sovente trascendono le obiettive responsabilità dell'Unione Europea e le competenze che le sono state attribuite.
Ma anche se la responsabilita’ primaria nell'affrontare questi problemi ricade spesso sui governi nazionali, l'Unione Europea e’ la nostra piu’ solida speranza per il futuro.
In un'epoca in cui sia le opportunita’ che i pericoli assumono una dimensione mondiale, la risposta non puo’ essere puramente nazionale.
Alcune stime indicano che, nel prossimo quinquennio, il PIL reale della Cina continuera’ a crescere con tassi compresi tra l'8 e il 10%; quello degli USA tra il 2 e il 3% ; mentre l'Unione Europea conoscera’ un ritmo medio di sviluppo del 2%.
Alcune proiezioni preconizzano che, se queste tendenze trovassero conferma nel decennio successivo, e se altri Paesi emergenti – l'India in primo luogo – riuscissero a sviluppare il loro potenziale, dopo il 2020 nessun Paese europeo avrebbe titolo per sedere da solo in un forum multilaterale qual e’ oggi il G7.
Solo unita l'Europa puo’ partecipare con successo alla competizione globale, e anche tutelare gli interessi dei propri Stati nell'ambito dei negoziati commerciali con il resto del mondo. (...)
Per vincere dobbiamo scommettere sulla qualita’, sulle tecnologie avanzate, sull'innovazione. Dobbiamo investire nel capitale umano e consacrare piu’ risorse alla ricerca. Dobbiamo favorire, all'interno dello spazio europeo, un più intenso scambio scientifico e culturale.
L'Europa e’ stata la culla della scienza moderna, il continente dove sono sorte le prime Universita’. Non possiamo non ricordarcene ora che il potenziamento della attività e della capacita’ di attrazione dei nostri Istituti di ricerca e delle nostre Accademie e’ sentito come un compito di primaria importanza.
Le prime Universita’ ebbero originariamente un carattere internazionale, che si rifletteva nella loro struttura organizzativa creata anche per favorire la collaborazione tra le diverse nationes che le componevano. Esse furono costituite grazie anche alla mobilita’ di professori e studenti: altrimenti i centri di studio di Oxford, Cambridge, Bologna, Parigi sarebbero rimasti semplicemente delle scuole locali. Lo stesso termine Universita’ faceva riferimento ad una comunita’ di professori e studenti convenuti dalle più disparate regioni del nostro continente.
Ebbene, nell'Europa d'oggi, uno degli aspetti piu’ importanti del processo di integrazione e’ la liberta’ di studiare, viaggiare e lavorare senza restrizioni. In uno spazio senza barriere, gli orizzonti culturali si espandono; si moltiplicano le opportunita’ di crescita civile e culturale, di formazione e occupazione per i nostri giovani. (...)
Ancor piu’ attuale di ieri risulta il monito con cui uno dei maggiori artefici dell'unita’ europea, Jean Monnet, concluse nel 1976 le sue Memorie:
Non possiamo fermarci quando attorno a noi il mondo intero e’ in movimento.... Come ieri le nostre province, oggi i nostri popoli debbono imparare a vivere insieme sotto regole e istituzioni liberamente consentite se essi vogliono attingere le dimensioni necessarie al loro progresso e conservare la padronanza del loro destino. Le nazioni sovrane del passato non sono piu’ il quadro in cui possano risolversi i problemi del presente”.
Grazie delle sue parole Presidente, e speriamo di rivederla presto a Londra.
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