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INTERVISTA CON I
LACUNA COIL

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Andrea Ferro.

Di Giorgio Di Marzo

Abbiamo incontrato i Lacuna Coil il 13 ottobre prima del loro concerto londinese, e abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il leader della band Andrea Ferro.

Noi ci occupiamo di arte e cultura italiana a Londra, e la prima domanda che di solito facciamo e’: “che cos’e’ l'Arte”?
Arte e’ una parola abbastanza abusata: non tutto cio’ che e’ spettacolo e intrattenimento e’ arte anzi il molti casi, soprattutto in televisione, vediamo il contrario. Noi non abbiamo iniziato a fare musica per fare arte, abbiamo iniziato per passione; poi, se l’arte e’ passione, allora facciamo arte. Noi siamo noi e facciamo quello che ci piace fare, e se qualcuno lo ritiene arte ben venga; ma non e’ la nostra priorita’ essere considerati degli artisti, e non sta a me dire che cosa e’ arte. Forse e’ una parola troppo grossa per poterla contenere in un piccolo concetto.

Fare musica significa comunicare: voi cosa comunicate?
Non abbiamo mai scritto testi o fatto canzoni politiche, o esplicitamente contro o a favore di qualcosa. Fondamentalmente sono canzoni molto personali, che derivano dalle nostre esperienze di vita ma anche da considerazioni su cio’ che ci circonda, ad esempio abbiamo scritto una canzone sulla guerra ma sottolineando le sofferenze delle vittime e non occupandoci della guerra di per se’: era una canzone ne’ a favore ne’ contro la guerra, ma a favore di tutti coloro che ci hanno rimesso senza esserne colpevoli.Si tratta di Angel’s Punishment, dall’album “Comalies”, costituita da una parte parlata quasi come in un telegiornale, mentre il ritornello esplode con delle urla proprio per sottolineare il contrasto fra come la guerra viene vista in televisione e come invece viene vissuta da chi la subisce. Il nostro messaggio riguarda le nostre riflessioni sulla vita, questo e’ cio’ che vogliamo dire e trasmettere. La nostra musica e’ fatta sia di parti piu’ emozionali, lente, d’atmosfera con cui trasmettiamo piu’ riflessione e intimita’, che di canzoni piu’ energetiche con cui sfogare l’aggressivita’, far muovere la gente e comunicare un messaggio piu’ d’impatto. C’e’ una forte dualita’ nella nostra musica, sostanzialmente rappresentata anche dal fatto di avere due cantanti completamente diversi: una che canta in una maniera piu’ melodica e atmosferica, e una voce piu’ aggressiva [il nostro intervistato – N.d.R.], perche’ fin dall’inizio volevamo poter disporre di una gamma piu’ completa di sensazioni ed emozioni.

Poiche’ comunicare e’ un processo a doppio senso, cosa ottenete voi dal pubblico?
Sicuramente c’e’ anche il pubblico dell’ultimo minuto legato al singolo, al video o alla radio, ma tanta gente ci segue sin dall’inizio. Comunque non e’ stato un successo arrivato all’improvviso ma costruito nel tempo, in quasi 10 anni di attivita’. Abbiamo un’audience molto legata al gruppo, molti si sono tatuati il nostro simbolo, altri si fanno autografare il corpo per farsi poi tatuare la firma, c’e’ gente che ci scrive e ci dice che il figlio e’ guarito dalla dislessia ascoltando la nostra musica… E’ qualcosa che li prende più dell’ascolto distratto guidando o facendo la doccia, c’e’ piu’ attenzione, ci ascoltano in situazioni piu’ intime e riflessive. La nostra non e’ una musica “usa e getta”, e da quello che ci dicono e ci scrivono per la gente ha un significato talmente forte – sembra quasi piu’ importate per loro che per noi – che ti colpisce il fatto che qualcosa di tuo, che fai tu, possa essere tanto importante anche per qualcun altro. Non e’ cosi’ automatico che la gente senta il gruppo in modo tanto forte. Pero’ sicuramente la nostra musica ha molta emozionalita’, e questo si vede dal grande riscontro di gente appassionata che ci segue.

Lettere o email: cos’e’ che vi arriva?
Ora ci arrivano piu’ email; quando abbiamo iniziato c’erano le lettere e anche i demo ce li mandavano per posta, adesso ti spediscono direttamente gli MP3. E questo e’ anche il concetto affrontato nel nostro ultimo album “Karmacode”, il concetto del passaggio fra la vita virtuale e quella reale, dell’era digitale che in questi ultimi anni e’ letteralmente esplosa e che viviamo sulla nostra pelle.

Quali sono le differenze?
Ad esempio anche noi del gruppo, adesso, abbiamo tutti un computer portatile, sempre tutti i giorni alla ricerca del wireless per collegarci ad internet e stare in contatto, cosa che una volta non c’era: si stava in camerino, si beveva una birra, si andava a giocare a pallone… Adesso invece c’e’ internet, skype, c’e’ quest’ossessione dall’essere raggiungibili 24 ore su 24. Da bambino se andavo a giocare a pallone e stavo fuori tutto il pomeriggio, il telefono a casa squillava libero e se nessuno rispondeva si richiamava la sera; ora invece se non trovano nessuno sul cellulare per venti minuti subito si pensa che sia successo qualcosa e si scatena il panico. Questo ha cambiato parecchio la nostra vita: da una parte in meglio perche’ e’ tutto piu’ comodo ma dall’altra c’e’ anche un abuso netto della tecnologia: vedi questi ragazzi che passano tutto il loro tempo davanti al computer invece di uscire a giocare a pallone, che almeno e’ un’esperienza di vita vera e non una vita virtuale, tutto virtuale, amici virtuali, fidanzati virtuali…

Questo e’ il problema del sentirsi soli…
Per forza! Se chatti tutto il giorno amici reali non te ne fai. Questo fatto lo abbiamo notato tanto anche nei ragazzini che vengono al concerto, tutti ti dicono che sono attaccati al gruppo come se fosse una cosa umana, quasi fosse il sostituto di un amico. Questo ci ha fatto riflettere, e cosi’ ho scritto il tema portante del disco – attorno al quale sono stati poi costruiti tutti i testi, anche se non trattano della questione nello specifico – che parla proprio di questo concetto, del conflitto della vita moderna tra tecnologia e realta’.

Com’e’ fare per lavoro qualcosa che ti piace?
E’ bellissimo perche’ ci sono tante soddisfazioni. Il lato negativo e’ che e’ anche il tuo lavoro, quindi anche se non ne hai voglia lo devi fare: se una volta suonare lo facevi solo per piacere adesso a volte devi suonare “per forza”. Ieri sera abbiamo fatto un bellissimo concerto a Manchester, stasera sai che c’e’ un concerto sold out – 2.500 persone, la stampa e tutto il resto – e tu magari sei stanco, sai che non puoi dare comunque il massimo perche’ hai cantato tutta la sera precedente, hai dormito su un bus, non hai mangiato praticamente niente… ma ce la farai comunque perche’ ormai hai uno standard di energie e di qualita’ che ti permette di fare un bello show anche stasera... pero’ magari mi trovo a Londra e non ho voglia di suonare – nonostante sia un’occasione della Madonna! – perche’ ho suonato ieri, l’altro ieri, e suonero’ anche domani!

Forse e’ una cosa che dici ora, e poi quando arrivi sul palco e’ diverso?
Si’, e infatti lo show lo fai comunque, pero’ ogni tanto ti toglie la passione: non e’ che tutti i giorni hai voglia di andare a fare un’intervista, pero’ magari e’ fissata per quel giorno e la devi fare. Diciamo che la parte “lavorativa” e’ quella meno divertente, anche se poi hai un buon riscontro economico, ma questo e’ comunque un lavoro bellissimo ed e’ meglio che andare tutti i giorni in un ufficio a fare cose di cui non hai voglia. Un problema e’ che ti porta tanto tempo lontano da casa. Quello che ti manca non e’ il fatto di essere fisicamente a casa: la casa non e’ tanto Milano ma sono i genitori, la fidanzata, gli affetti, quindi quando sono a casa me la godo andando sempre nello stesso pub, vedendo gli stessi amici. Prima il tour era un evento, ora invece siamo sempre in giro. Ma sicuramente meglio questo lavoro che altri! Non sto certo qui a lamentarmi!

Com’e’ il rapporto con un partner quando si sta fuori?
Eh si’, e’ molto dura! Oggi hanno avuto la possibilita’ di venire qui, perche’ ci fermiamo due giorni e quindi aveva senso venire. E’ un rapporto che sta molto nell’altra persona, nel senso che noi abbiamo sempre qualcosa di interessante da fare, oggi cammini per Londra domani chissa’, non ti annoi piu’ di tanto. Invece per chi sta a casa vivere la routine di tutti i giorni e per di piu’ non avere neanche la persona amata al tuo fianco e’ sicuramente piu’ dura. Tu puoi mandare un SMS, essere fedele, ma e’ comunque chi sta a casa che deve accettare questa situazione e non e’ tenuto a farlo. Chi lo fa e lo fa da anni, vuol dire che ci tiene veramente. Ci sono miei amici che hanno problemi per andare via una settimana, io invece se c’e’ l’uscita di un nuovo disco sto fuori anche per sette, otto mesi.

Come si chiama la tua ragazza?
Paola.

Il 5 marzo scorso avete presentato il vostro nuovo album “Karmacode” qui a Londra: c’e’ una motivazione particolare per questa vostra scelta?
Effettivamente la prima data ufficiale con il pubblico l’abbiamo fatta qui a Londra, un po’ perche’ Londra e’ un punto di contatto tra l’Europa e l’America, e abbiamo scelto questa citta’ essendo noi un gruppo che funziona molto in America e ora anche in Europa. E sicuramente rappresenta anche il fatto che siamo un gruppo internazionale, non prettamente italiano: il nostro mercato principale non e’ prettamente l’Italia, anzi diciamo pure che non e’ assolutamente il nostro mercato migliore.

Perche’ questo?
Forse perche’ cantiamo in inglese, perche’ facciamo rock metal che non e’ musica che va per la maggiore in Italia. Il rock in Italia e’ Vasco, Ligabue, e si ferma li’, ma e’ un rock che in America andava negli anni ’70, noi siamo ancora indietro in questo senso.

E’ un problema di gusti?
Sicuramente, ma la colpa e’ anche dei media che non hanno spinto un altro tipo di musica, e anche questo determina poi il gusto del pubblico. Pero’ noi ultimamente da MTV Italia abbiamo avuto un supporto enorme, supporto che un gruppo metal italiano che canta in inglese non ha mai avuto nella storia. Quindi le cose stanno un po’ cambiando, almeno per noi. Pero’ da qui a dire che l’Italia sia un paese di cultura rock ne passa: l’America lo e’, l’Inghilterra lo e’, l’Italia non lo e’. Non ancora, almeno. Da noi c’e’ sempre e solo il rockettino che va dappertutto, a parte i rari casi di gruppi che funzionano pur non essendo commerciali: per dire, i Cold Play sono un gruppo famoso in tutto il mondo, un po’ come gli U2, non e’ che hanno bisogno di un paese di cultura rock per essere ascoltati, e’ un rock molto leggero. Gruppi come i Rob Zombie, che in America fanno un disco e vanno in Top 10, in Italia non andranno mai neanche in Top 50. In Italia gli unici riconosciuti sono gli Iron Maiden, i Metallica, quei grandissimi nomi che sono inevitabili, pero’ c’e’ una grandissima differenza fra quello che trovi in classifica in America e in Italia per quanto riguarda il rock.

Voi vi siete internazionalizzati per scelta o per necessita’?
Mah, noi gia’ siamo partiti cosi’, la musica che facciamo noi e’ super-underground, non abbiamo mai provato a fare musica italiana: siamo partiti e il nostro demo non lo abbiamo neanche mandato alle case discografiche italiane, perche’ tanto era tempo perso, non esistevano case discografiche che potevano produrre quel tipo di cose. Quindi le abbiamo mandate direttamente in Germania, in Inghilterra, in altri posti dove potevamo avere delle opportunita’ e infatti le abbiamo avute. Anche perche’ era un demo in inglese e metal, una cosa piuttosto “estrema”. Ma poi sinceramente in Italia la EMI o la Virgin… cosa se ne facevano di quel demo?! Non l’abbiamo mai vista come una possibilita’; addirittura ad una riunione internazionale della Sony, quelli della Sony italiana neanche sapevano che i Lacuna Coil fossero un gruppo italiano! Eppure eravamo gia’ in giro da 6-7 anni, e qualche disco per il mondo l’avevamo venduto… Questo fa capire l’attenzione del mercato nei confronti del genere.

Significa anche una scarsa conoscenza musicale?
Devo dire che non c’e’ proprio l’interesse! Magari ora le cose cambieranno: visto che ora siamo in classifica anche in Italia ci potrebbe essere maggiore interesse. Ma e’ sempre la stessa storia, devi sbattere le cose sul tavolo e dire “Guarda, quest’album si vende in tutto il mondo, forse si puo’ vendere anche in Italia”… Questo significa arrivare sempre ultimi, per forza poi la discografia italiana va male! Finche’ aspetti il prossimo Pupo o il prossimo Ligabue dove vuoi andare? Senza nulla togliere a questo genere, pero’ appunto se c’e’ quello puo’ esserci anche altro.

Quali sono le piazze migliori, dove c’e’ un maggior feeling?
Abbiamo riscontri dappertutto, pero’ ci sono mercati e mercati. L’America e’ un mercato: un grande paese, pieno di gente, con la stessa moneta, con gli stessi media, se vai in TV sei in onda in tutta l’America. L’Europa e’ invece un mercato settoriale ed e’ molto piu’ difficile essere capillari: c’e’ differenza di lingua, di cultura, e’ tutto diverso, puoi funzionare in alcuni paesi ma non e’ detto che funzioni dappertutto. Il Giappone e’ un’isola a se’, l’Australia e’ anch’esso un mercato a se’: vasto territorio ma non molta gente. Poi esiste tutto un altro enorme mercato come la Russia, la Cina, l’America Latina, dove i CD non si vendono legalmente, e dove le case discografiche non investono neanche soldi per farti fare un tour, la discografia legale e’ poca o niente quindi la tua casa discografica non ha interesse a promuoverti se non venderai niente. Se vai li’ e’ perché hai una mega-offerta da un promoter che spende per farti fare un concerto, e allora ci vai per intascarti i soldi. Poi magari viene a sentirti un sacco di gente che ti conosce, a cui piaci, ma che ha tutto materiale illegale. A meno che non hai una grossa offerta economica non ha senso andarci, perche’ non vai a recuperare delle spese, vai li’ a promuovere niente! I mercati sono molto diversi, ma l’America e l’Europa sono senz’altro i mercati principali; per quanto riguarda le citta’, si parla di grandi nomi quali Madrid, Roma, Milano, Parigi, Londra, Manchester, Glasgow… le grandi citta’ portano piu’ gente, ma non si puo’ parlare di una citta’ in particolare come di una “Mecca”…

Si sente la differenza tra i vari pubblici?
Certo, ma questo dipende piu’ da concerto a concerto che da citta’ a citta’. Certo, magari e’ stato un po’ piu’ “noioso” suonare in Germania o in Svezia, perche’ il pubblico e’ un po’ piu’ freddo, non perche’ non apprezzi la musica ma perche’ e’ cosi’ di indole. E’ sicuramente piu’ divertente suonare in Italia e in Spagna, o in Inghilterra, che e’ un crocevia di gente e culture e quindi c’e’ un pubblico misto e piu’ aperto. Anche l’America e’ un posto molto caloroso.

Qual e’ la vostra nazione di riferimento?
Mah, forse l’America, che e’ dove abbiamo venduto piu’ dischi e abbiamo ottenuto piu’ successi, e ci sono maggiori possibilita’ per la nostra musica. Pero’ l’Europa sta crescendo; per esempio in Europa andiamo meglio come gruppo headliner, in America siamo sempre stati in tour come supporto o all’interno di contesti come i festival. In America dobbiamo costruirci di piu’ come gruppo headliner, mentre in Europa attiriamo gia’ abbastanza gente da soli e soprattutto questo tour ne e’ la dimostrazione.

Grazie Andrea, e speriamo di rivederti e soprattutto risentirvi presto qui a Londra!

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