Di Luisa Terzulli
Abbiamo incontrato Manuel Agnelli (M), Giorgio Prette (G), Giorgio Ciccarelli (GC) ed Enrico Gabrielli (E) degli Afterhours prima del loro concerto a Londra del 25 settembre 2006.
Cominciamo con una domanda che facciamo a tutti coloro che intervistiamo: che cos’e’ l’arte?
M: Mah, per noi non e’ mai stato un problema definire o individuare il significato della parola, perche’ sinceramente non e’ mai stato un problema dover fare arte o meno; il problema vero e’ comunicare, e forse questo e’ uno dei significati di arte. Per noi il problema non e’ mai stato “fare arte o no”, ma “comunicare o no” e farlo in modo efficace, in modo potente, completo e sincero; quindi piuttosto che ricercare mille forme, magari anche intelligenti, a noi piace presentarci in maniera piu’ istintiva e un po’ meno artificiale. Questo richiama un po’ il verso di una vostra canzone: “io non ho volonta’ di un percorso importante”…
M: Si, puoi collegare il concetto a quella canzone, anche se poi finiva con appunto “dentro il niente”, perche’ spesso e volentieri in Italia devi essere “imparato”, come si dice, per fare delle cose. E non sempre e’ il modo giusto per affrontare invece la musica, la letteratura: a volte devi essere un’enciclopedia vivente, ma spesso essere un’enciclopedia vivente invece ti da’ dei limiti troppo stretti, non riesci piu’ a muoverti. Non che ci sia niente di male, ma in Italia e’ un obbligo essere degli intellettuali per occuparsi di “arte” o anche di musica. In realta’ non e’ così, e ce lo insegna l’Inghilterra, ce lo insegnano gli Stati Uniti che sono un paese con una cultura media molto bassa ma che produce arte a tonnellate proprio per questa liberta’ mentale, che non viene certamente dall’avere dei dogmi.
C’e’ gente che fa musica fondamentalmente per fare soldi, chi lo fa per comunicare, chi per divertimento… voi rientrate dunque in queste ultime categorie…
M: Mah, c’e’ anche chi sicuramente lo fa per fare “arte alta”, per sentirsi all’interno di qualcosa completamente diverso da quello che e’ successo in passato, per inventare qualcosa di nuovo. C’e’ sicuramente chi lo fa con questo tipo di obiettivo. A noi interessa in quanto gioco, in realta’, trovare delle sonorità e delle soluzioni nostre; pero’ lo scopo principale e’ proprio questo, comunicare, perche’ la musica e’ diventato il nostro linguaggio, suonare e’ il nostro linguaggio per comunicare noi stessi, umanamente: per quanto banale sia e’ il modo migliore che abbiamo trovato.
Comunicare cosa?
M: Non ci sono dei messaggi particolari, e’ il nostro linguaggio per comunicare con gli altri: e’ il modo migliore che abbiamo trovato per essere noi stessi nei confronti dell’esterno, nei confronti degli altri, non necessariamente per mandare dei messaggi ma semplicemente per interagire.
Comunicare dovrebbe essere anche un rapporto a doppio senso: voi comunicate e dovreste anche ricevere qualcosa. Cosa ricevete?
G: Dipende da dove andiamo! (ridono) Questo sicuramente e’ giusto, e’ anche uno dei motivi per cui siamo qua, visto che abbiamo avuto la possibilita’ di pubblicare all’estero, di confrontarci con situazioni e scene diverse da quelle di “casa nostra” con le quali ci confrontiamo da piu’ di 15 anni. E’ stata proprio un’esigenza che probabilmente avevamo gia’ dentro, ma che non abbiamo potuto forzare e far succedere a tutti i costi. Bene o male e’ successa nel momento in cui doveva succedere, con un determinato disco, in un determinato periodo, e tutte queste circostanze si sono concentrate con Ballate per Piccole Iene – o Ballads for Little Hyenas – e quindi questo periodo per noi e’ tutto un arricchimento e reazione a degli stimoli nel confrontarci con l’estero proprio perche’ abbiamo sempre cercato di combattere ogni assuefazione e ogni forma di routine che deriva da questa attività. Finora abbiamo sempre combattuto la routine cercando di rinnovarci in molti modi musicalmente, in questo momento invece ci stiamo rinnovando e rinfrescando con il confronto con altre situazioni, per poi avere nuovi stimoli e piu’ freschezza per quando siamo in Italia.
M: Questo riporta al discorso che facevi tu, sul fatto di avere qualcosa indietro: suonare in Italia dopo tanto tempo, con un pubblico molto grande, molto fedele, spesso invece rende la situazione a senso unico. Nel senso che noi facevamo la nostra musica e ci sentivamo capiti fino a un certo punto, perche’ quello che avevamo indietro era completamente diverso da quello che volevamo stimolare. E il fatto di venire all’estero ci pone davanti a una situazione nuova, che e’ quella di tornare a lanciare non dei messaggi ma della tensione musicale, dell’atmosfera. Perche’ comunque al di la’ delle parole e della dimensione musicale c’e’ alle spalle una storia, le copertine dei giornali, un certo tipo di professionalita’, che ci fa comprendere in modo distorto da parte di chi ci guarda. Qui non siamo nessuno, percio’ quello che funziona e’ la musica e la tensione trasmessa dalla musica, cosi’ com’era all’inizio in Italia, per cui torniamo ad avere un rapporto che e’ di nuovo bilaterale e torniamo a capirci con il pubblico, a riconoscere delle reazioni che sono quelle che noi vorremmo provocare suonando. Anche se ci sono 100 persone invece di 5,000 per noi e’ incredibilmente galvanizzante avere questa possibilita’ di essere una band nuova.
A proposito del pubblico, il pubblico degli Afterhours e’ storicamente caratterizzato da una forte componente maschile, dura. Ultimamente invece sembra che la situazione sia un po’ cambiata…
M: Adesso c’e’ una fortissima componente femminile. Credo che all’inizio fosse non tanto il tipo di musica e nemmeno il nostro approccio, ma forse proprio l’ambiente che frequentavamo. L’ambiente musicale e’ un ambiente estremamente misogino, ai confini col razzismo, in cui le ragazze erano sempre tenute da parte, veramente come nei film – gruppi di donne si formano, e sono dei casi quasi grotteschi proprio perche’ sono gruppi di donne. Quindi un po’ per questa situazione, e un po’ perche’ i posti che frequentavamo all’inizio non erano esattamente confortevoli, il pubblico femminile e’ sempre stato scarso. Adesso invece e’ il contrario, adesso c’e’ una forte componente femminile perche’ probabilmente le canzoni – al di la’ dell’attitudine e di tutto il resto – stanno prendendo il posto dell’ambiente e dell’ambientazione.
E’ possibile fare una classifica delle varie arti? Perche’ sembra che la musica sia quella piu’ popolare, con il maggior giro d’affari? Insomma, è piu’ facile che un ragazzino abbia come modello un cantante piuttosto che un pittore o uno scrittore…
M: Be’, oggi e’ ancora piu’ facile che un ragazzino abbia come modello un calciatore o il personaggio di un reality, e li’ ci sono ancora piu’ soldi… E’ anche difficile stabilire dei confini con l’arte, perche’ la letteratura puo’ essere anche Novella 2000, cosi’ come la musica puo’ essere anche i Gemelli Diversi… E’ difficile stabilire cosa e’ arte, cosa e’ musica e cosa non lo e’, cosa e’ semplicemente avanspettacolo. Io credo che i ragazzini si riconoscano si’ in musicisti in un periodo della loro vita, pero’ ci sono molti piu’ ragazzi che si riconosco in un calciatore, piuttosto che in uno sportivo o ancora in un politico.
Il brano storico degli Afterhours Sui giovani d’oggi ci scatarro su riflette dunque un effettivo decadimento dei valori dei giovani o e’ semplicemente un luogo comune che si tramanda di generazione in generazione?
M: Sicuramente ci si tramanda dei luoghi comuni e invece la situazione e’ sempre la stessa, cambiano semplicemente i vestiti, purtroppo. Quella poi era una frase di Giorgio, rubata da me, ma e’ un pezzo scherzoso, non volevamo fare della filosofia. Pero’ e’ vero che scavando in fondo, quello che abbiamo trovato in questi 15 anni di girovagare, l’unica cosa sicura, l’unica cosa fissa che non cambia mai, e’ proprio il non cambiare mai di certi meccanismi: c’e’ sempre una piccola fazione di persone mediamente integraliste che devono mantenere la “purezza della razza”, e poi c’e’ la componente ignorante e caciarona. E questi due tipi di sistema non vengono mai in contatto, anche volutamente, e questo porta a non far crescere nessuno dei due…
G: E infatti noi viviamo in una dimensione parallela (ride): per alcuni siamo il peggio del mainstream, per altri non siamo assolutamente nessuno. Viviamo su un altro pianeta.
M: E’ interessante comunque vedere come in Italia, raggiunto un certo grado di notorieta’, quello che facciamo non e’ una novita’ per il pubblico perche’ non lo analizza musicalmente: c’e’ un altro tipo di analisi, che deriva dalla conoscenza di te in quanto personaggio. Venendo all’estero, e specialmente negli Stati Uniti, gli aggettivi si sono sprecati! E noi siamo rimasti molto sorpresi: per loro eravamo nuovi, freschi, originali, non somigliavamo a nessuno, c’erano delle componenti della musica tradizionale italiana in quello che facevamo – che magari e’ anche vero, non lo so – il che e’ bellissimo perche’ cambia completamente il punto di vista poiche’ la gente non e’ fuorviata da certi luoghi comuni che ormai ti hanno cucito addosso. Ed e’ galvanizzante anche per questo, perche’ poi una volta tornati in Italia ci riporta ad essere più “laici” rispetto a quello che dicono di noi.
Comunque, riguardo alle componenti della musica tradizionale italiana, c’e’ da ricordare che avete nel vostro repertorio anche dei classici italiani come La canzone di Marinella, La canzone popolare, piuttosto che altre cover…
M: Si, credo che ci sia una componente melodica molto forte, che probabilmente notano di piu’ all’estero di quanto non facciamo noi stessi. Forse ha colpito anche il fatto che ci siano degli strumenti quali il violino, il clarinetto basso, il flauto, che sono difficilmente riscontrabili in un gruppo rock. Di fatto c’e’ un’analisi secondo noi molto piu’ completa, perche’ piu’ musicale e molto meno sociale o di costume.
Cosa pensate delle manifestazioni musicali o artistiche in generale a cosiddetto "scopo benefico"? C’e’ del marcio secondo voi?
M: Mah, anche se non c’e’ del marcio, dipende dal perche’ sono benefiche. Nel caso di manifestazioni pro-Africa o terzo mondo, sono secondo me delle rappresentazioni di ipocrisia gigantesca. Perche’ l’Africa ha tutte le materie prime e le risorse necessarie al proprio sostentamento ma anche ad uno sviluppo enorme, semplicemente noi non gliele facciamo usare, per tutta una serie di interessi economici. Ad esempio le compagnie petrolifere in Africa centrale mantengono e sostengono una situazione politica devastante perche’ cosi’ e’ piu’ facile poter usufruire di certe risorse a dei prezzi ridicoli: un governo indipendente, veramente democratico, che ha la possibilita’ di utilizzare le proprie materie difficilmente permette ad altri di sfruttarle in questa maniera. Loro non vogliono i nostri soldi, che non risolvono assolutamente niente, i soldi li potrebbero avere potendo utilizzare le proprie risorse. Per cui trovo che questo sia un sistema per lavarci la coscienza, e il fatto che coinvolga degli intellettuali o dei musicisti e’ ancora piu’ grave, perche’ significa che ci ritroviamo davvero schiavi di un sistema di un’immoralita’ pazzesca. E’ vero che la scusa e’ “se posso salvare anche solo tre bambini ho gia’ fatto qualcosa”, pero’ in questo modo continuiamo ad alimentare e supportare tale sistema, facendo la parte dei generosi quando invece non lo siamo.
G: C’e’ anche una fondamentale differenza fra la beneficenza piu’ concreta, ma magari fatta in silenzio, e quella promozionale. C’e’ una marea di gente che si impegna a fare delle cose nel suo piccolo comunque di una certa importanza, ma senza sbandierarla ai quattro venti. Io personalmente ho molto piu’ rispetto per questo tipo di persone.
Quindi voi, sinceramente, non partecipereste mai ad esempio a un Live Aid?
M: Se ci danno un sacco di soldi si’, almeno serviranno a noi!
Qual e’ la cosa che avreste desiderato vi chiedessero in un’intervista ma nessuno l’ha mai fatto?
E: Be’, una domanda “strana” che non viene mai fatta e’ se siamo delle persone religiose… Perche’ i musicisti di solito sono abbastanza fuori da questi meccanismi, e io tra l’altro non saprei assolutamente cosa rispondere. Chiedi un po’ agli altri!
M: Non sono cattolico, ma religioso puo’ voler dire tante cose, e’ anche sentire le cose in un certo modo, non essere del tutto cinico rispetto ad esse, avere dei valori – anche spirituali –, dare dei valori superiori rispetto a quelli materiali non solo alle cose ma anche alle persone. Quindi in questo senso si’, sono religioso.
GC: Attenendomi a quelle che sono le categorie classiche di religione, mi ritengo assolutamente ateo, perche’ per me risulta assurdo credere che ci sia un’entita’ superiore che dall’alto manovra o alla quale rivolgersi per un conforto. Questo nel senso “classico” di religione, sono invece assolutamente d’accordo con la religione intesa come sentimento.
E: Io ad esempio ieri ho assistito a una messa anglicana, che e’ incredibilmente diversa da quella cattolica in Italia: davvero un’atmosfera incredibile, molto bella.
G: La mia famiglia da parte materna discende da una tradizione protestante, quindi mi sono ritrovato ad assistere a diverse funzioni in Germania e la cosa che mi aveva colpito gia’ da ragazzino era proprio la differenza a livello di atmosfera: le chiese sono luminose, c’e’ allegria, la banda di ottoni che suona… Io personalmente sono molto ostile nei confronti del Vaticano in quanto organizzazione, perche’ ha avuto e ha una grossa influenza sulla vita del nostro paese, non nei confronti della religione in se’.
Qual e’ stata la "piazza" migliore all’estero?
M: Io credo che le date a Washington e Seattle siano state in assoluto il top sia da parte nostra che per la risposta del pubblico.
GC: In Europa invece direi Berlino. C’era un’atmosfera particolare, non saprei spiegare, sono cose che si creano quasi per caso.
M: In Spagna c’e’ stata sicuramente la reazione piu’ “inneggiante”, ma noi venendo dall’Italia siamo un po’ “abituati” alla reazione latina e adesso siamo piu’ interessati a ricercare l’atmosfera spessa di un pubblico attento, che ascolta, e Berlino e quel club erano i posti ideali per una situazione del genere. Si, e’ vero, ci sono cose che si creano per caso, alcuni concerti sono casuali, il fatto che ci sia magia e’ casuale!
C’e’ qualcosa che volete aggiungere?
M: Io sono molto incuriosito dal suonare qui. Negli Stati Uniti, ad esempio, ci sono ancora dei parametri fondamentali di analisi musicale, guardano ancora a determinate caratteristiche “tecniche”. Qui in Inghilterra invece ci sono gruppi che magari cantano male, suonano anche peggio, con canzoni che non stanno in piedi, pero’ funzionano perche’ esprimono qualcosa anche a livello sociale. Questo succede in questa nazione piu’ che nel resto dei paesi occidentali. Quindi considerando anche il fatto che non siamo dei ragazzini che stanno qui ad esprimere il proprio disagio generazionale, sono molto curioso di vedere quale sara’ la reazione del pubblico a questa nostra “mancanza”.
Arrivederci al prossimo concerto londinese degli Afterhours, che si terra’ sicuramente al piu’ presto!
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