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GIULIA RICCI

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Per maggiori informazioni su Giulia e i suoi lavori:
www.exibart.it/profilo/index.asp?idutente
=18903&preview=si

Di Giorgio Di Marzo

Giulia Ricci, giovane e talentuosa artista i cui lavori spaziano dal collage all’installazione, ci parla di se’, della sua arte e del modo in cui nasce.

Cara Giulia, la prima domanda e’ il nostro tormentone: cos’e’ l’arte per te?
Quando vedo qualcosa che mi emoziona o suscita in me curiosita’ e interesse, difficilmente mi chiedo se sia arte oppure no; ne godo, e basta. Invece, a volte, mi capita di provare il sentimento opposto (cioe’, di pensare: “questa non e’ arte!”), davanti a certe cose spacciate per opere d’arte.

Che tipo di artista sei? Parlaci un po’ della tua arte.
Ho una formazione nell'ambito accademico delle belle arti: diplomata in pittura, laureata in storia dell’arte e, al momento, specializzanda in scultura. Sono un’artista giovane, ancora in formazione, con un percorso di almeno dieci anni alle spalle, in cui ritrovo una certa coerenza man mano che il tempo passa.
Ho realizzato opere con varie tecniche e approcci, spaziando dal collage all'installazione, dalla scultura al disegno, da azioni performative a opere piu’ strettamente concettuali; il discorso che porto avanti riguarda un mio modo di vedere la realta’ che esprimo attraverso pratiche di diversa natura.
Mi interessa la materialita’ delle cose, la storia delle cose, delle persone e dei luoghi, e il collegamento che puo’ esistere fra questi aspetti menzionati, che puo’ essere di natura emotiva, antropologica, personale, collettiva. E poi mi interessa la natura di questi collegamenti e i patterns che i collegamenti creano, che per me e’ come una tessitura (e qui ritorna di nuovo la materialita/, l'oggetto).

Le tue opere sono spesso collegate al suolo, al terreno: quanto sono stati importanti per la tua formazione come artista la terra e il paesaggio rurale e in generale i valori della tradizione contadina?
Molte delle mie opere, come hai potuto vedere nei tappeti di carta, di sapone o in quelli di farina, sono a terra, sono orizzontali, costruite intorno alla forza di gravita’.
Credo che il collegamento fra questo aspetto del mio lavoro e il mio back ground geografico-culturale sia importante. Ho questa idea fissa che la sensibilita’ visiva di una persona si sviluppi in stretto collegamento rispetto agli stimoli visivi che l’ambiente circostante le offre; nel mio caso, la piattezza della pianura padana, costellata di campi dalle forme geometriche e dai patterns delle colture e dei campi arati. Da un punto di vista teorico e di valori, invece, credo che la cultura contadina mi abbia in qualche modo inculcato una idea di “terra” e di rapporto con la terra che, se anche non metto in pratica nelle mie scelte di vita un po’ nomadi, e’ comunque parte di me. L’importanza del background contadino non mi ha comunque impedito di fare delle scelte in direzioni apparentemente contrastanti, ma per esempio c’e’ da dire che ho investito tempo nella ricerca del contesto storico e antropologico da cui provengo.

Ogni artista ha le sue fasi, che rispecchiano spesso cambiamenti nella vita: tu che fasi hai vissuto?
Penso che la mia esperienza professionale, cominciata circa 10 anni fa, sia forse troppo breve per poter identificare delle “fasi”; comunque guardando alla mia produzione c’e’ sicuramente uno sviluppo, delle serie di lavori con una certa identita’ e continuita’.
L’evoluzione nel mio lavoro non e’ il frutto di scelte fatte a tavolino, pero’ sono certa che non avvengano per caso; penso che accadano perche’ ho il desiderio di andare in una direzione particolare e di mettermi in gioco (e a volte in crisi) su cose che ancora non ho esplorato.

Che emozioni ti da’ creare?
La soddisfazione di risolvere un problema, o spesso la frustrazione di non riuscirci; ma anche senso di liberta’ e di sentirmi fisicamente e mentalmente attiva.

Hai detto che a te piace fare lavori sensuali, che coinvolgono i sensi, ma in particolare il tatto. Facci qualche esempio.
I sensi, in particolare il tatto, sono molto importanti per me.
Fra il 2001 e il 2004 ho realizzato alcune serie di collages composti di centinaia di minuscoli triangolini di plastica adesiva, una sorta di tessere musive di mia invenzione, in cui facevo dialogare linearita' stilizzata e tattilita' della superficie.
L’inverno scorso ho fatto una serie di opere effimere (destinate a dissolversi in breve tempo) con cacao in polvere e con farina; erano semplicemente degli stencils, realizzati in particolari contesti di interni domestici, riproducenti patterns geometrici ricorrenti nella mia produzioni di collage e disegni. Il risultato e’ stato quello di ottenere delle superfici estremamente delicate, una via di mezzo fra pizzi e decorazioni pasticcere, che stimolassero la vista, il tatto, il gusto e l'olfatto dello spettatore; mi interessa creare una specie di feed back fra i sensi. Un altro lavoro recente invece e’ una scultura di cera e di cioccolato fondente, realizzata con una tecnica simile a quella con cui un tempo si eseguiva un particolare tipo di pavimentazione rinascimentale.

Cos’e’ il piacere per te?
Uno speciale equilibrio fra i sensi e la mente.

Qual e’ il tuo rapporto col cibo: dovere o piacere?
Piacere!

Come nascono i tuoi lavori?
Nei modi piu’ disparati. Ad esempio, quando sono soprappensiero e vago in giro, generalmente sono piu' ricettiva se si presenta uno stimolo interessante, che poi a sua volta mi fa pensare ad un’opera che vorrei realizzare. Per questo mi piace camminare, viaggiare, muovermi, vedere molte cose, e possibilimente materiali e oggetti che mi diano stimoli per quello che voglio fare. Ma amo anche scambiare opinoni con gli amici, leggere e andare al cinema, e tutto questo fa parte del processo di nascita delle opere. Raramente una mia opera nasce dopo aver visto una mostra d'arte.
La “gestazione” della maggior parte delle mie opere e’ abbastanza lunga. Raramente, o forse mai, eseguo qualcosa per un impulso di istinto immediato; ma questo non significa  che faccia qualcosa solo dopo averlo compreso razionalmente. Mi capita spesso di ritornare, a distanza di tempo, su problematiche gia’ affrontate e di rendermi conto di riuscire a comprenderle un po’ di piu’ dopo averle analizzate alla luce di altre esperienze, cioe' in un altro tipo di opera o in un altro periodo della mia vita.

Su cosa stai lavorando, attualmente?
Sto provando a fare una specie di mobile (un oggetto da appendere al soffitto e suscettibile alle oscillazioni) di cannucce da bibita, incastrate l'una nell'altra in un intreccio al tempo stesso caotico e strutturato. E’ un lavoro che ha a che fare con il mio interesse, di pura fascinazione e non di analisi o comprensione, per la teoria del caos e per i frattali.

Hai detto che hai un particolare interesse per le cose e le persone ai margini: cosa vuoi dire e come influenza, questo interesse, il tuo lavoro?
Non credo ci sia una influenza diretta fra questo interesse e il mio lavoro, perche’ non faccio lavori basati su temi sociali, ne’ opere politicizzate.
Forse mi interessano le persone e le cose ai margini perche’ io stessa mi sento un po’ ai margini; mi viene in mente quella scena di Caro diaro in cui Nanni Moretti, fermo ad un semaforo, si dichiara appartente alla “minoranza”, e l'automobilista di passaggio sgomma via, annuendo, non appena scatta il verde.

Perche’ ti senti un po’ ai margini?
Perche’ non accetto gli stereotipi e i luoghi comuni della “normalita’” in quanto li trovo repressivi e limitativi rispetto all’ampiezza dell’esperienza della vita; io sperimento continuamente il dubbio e questo mi porta spesso fuori dalla cosiddetta normalita’.

E’ piu’ facile creare quando va tutto bene in amore o pensi che gli struggimenti d’amore aiutino la creativita’?
Non penso che ci sia, per quanto riguarda me (non so per gli altri), un collegamento di questo tipo fra le due cose; al massimo potrei avanzare un'ipotesi contraria, cioe’ che una crisi sul lavoro sia, potenzialmente, piu’ foriera di scelte sbagliate in amore, che non un momento di felicita’ e maggiore sicurezza personale su uno o entambi i fronti (arte e amore).

Hai parlato di ossessioni: quali sono le tue?
Analizzare e cercare di trovare una spiegazione a tutto, soprattutto ai comportamenti umani.
Direi che questo basta per crearmi altre ossessioni e grane.

Hai degli artisti a cui ti richiami nei tuoi lavori? Quale sono le tue influenze palesi?
Ci sono alcuni artisti che mi hanno influenzato molto, o a quali mi sono avvicinata perche’ mi sembrava potessero offrirmi la possibilita’ di capire meglio aspetti del mio lavoro che volevo sviluppare; e questo procedimento e’ tutt'ora in atto.
Ne cito alcuni, in ordine cronologico, partendo dalla “preistoria” della mia carriera artistica  (l’adolescenza) ad ora: Marcel Duchamp, Andy Warhol, Fausto Melotti, Giulio Paolini, Pino Pascali, Alighiero Boetti, Keith Haring, Roy Lichtenstein, Eva Hesse.
Comunque ci sono anche altre personalita’ che hanno avuto un grosso impatto sul mio lavoro e sulla mia poetica, spaziando dalla letteratura all’architettura e al cinema, e continuo ad essere molto influenzata da cose che non siano strettamente arte visiva: Italo Calvino, Georges Perec, Primo Levi, Aldo Rossi, Carlo Scarpa, François Truffaut, per fare qualche nome.
Altre influenze importanti sono determinate da letture di saggi teorici, non solo di storia dell’arte, e dalla frequentazione di amici che si occupano quasi sempre di cose di natura diversa dal mio campo professionale, in particolare musica, cinema, letteratura e antropologia.

Cosa pensi di certe esagerazioni dell’arte contemporanea?
Penso che le cose vadano contestualizzate, il che aiuta a capirle, accettarle oppure evitarle, se non ci vanno bene.

Cosa vuoi comunicare con i tuoi lavori?
Vorrei comunicare su piu’ livelli, perche’ le dinamiche che si instaurano fra il fruitore e l'opera sono di diversa natura, in base al contesto in cui l'opera e’ esposta e in base al tempo e alla concentrazione che lo spettatore e’ disposto a dedicarvi.
Penso che il livello piu’ superficiale, cioe’ piu’ accessibile, del mio lavoro, sia quello visivo e puramente materiale; l'estetica e’ importante e decisiva al potenziale coinvolgimento dello spettatore rispetto a quello che ho voluto suggerire.

Frase per i posteri?
Diffidare dai luoghi comuni (in particolare sulle culture, ma anche quelli sull'arte e sugli artisti, oltre a tutto il resto!), sempre.

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