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MARCO PAOLINI,
ARTIGIANO DELLA PAROLA

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Per maggiori informazioni: www.jolefilm.com

Di Luigi Tarini

Abbiamo incontrato e intervistato Marco Paolini, che ha presentato un insolito repertorio comico nella conferenza tenutasi mercoledi’ 21 giugno all’Institute of Romance and Germanic studies dell’University of London, evento tenutosi in concomitanza alla rappresentazione teatrale U-381 WORK IN PROGRESS, al Camden People’s Theatre, ispirata invece ad una delle sue narrazioni civili.

Marco utilizza la sua arte, la sua produzione artistica, come un mezzo per comunicare il proprio pensiero; e per questo artigiano, definizione che lui preferisce ad artista, l’arte e’ il risultato di segni lasciati nel tempo che proprio perche’ stratificati in questo tempo arrivano a significare un punto di riferimento che ti fa compagnia, che segna la strada, che ti eccita e affascina, che rimane e non si consuma. E quindi arte, sotto questo punto di vista, e a dispetto del mercato dell’arte, e’ una cosa che dura.

Questo senso del divenire e del cambiamento lo porta a considerare la sua carriera teatrale come qualcosa in continuo movimento piuttosto che una piramide da scalare. E quindi lontano dalla sua fama di narratore civile che lo ha fatto conoscere al pubblico italiano, l’attore ha presentato un divertente e inedito monologo registrato anni fa per la televisione e montato solo recentemente, proseguendo poi dal vivo accompagnato dal chitarrista e cantante Lorenzo Monguzzi che, insieme al suo gruppo Mercanti di Liquore, collabora con l’attore.

Da questo monologo Paolini ha preso spunto per parlare del suo difficile rapporto con la televisione. Difficile, nella sua esperienza, e’ stato trovare un compromesso tra le esigenze e le tecniche televisive da una parte e la sua professione di artigiano dall’altra, che lavora sulle parole per comunicare a voce qualcosa che non ha bisogno di didascalie, di effetti di montaggio e tanto meno deve essere spezzato da intrusioni pubblicitarie soprattutto quando si parla di argomenti “seri”. Sono soprattutto questi i motivi per cui, dopo il successo di Vajont e dopo la collaborazione con il programma Report, ha scelto di dedicarsi solo a spettacoli dal vivo.

Il mondo della televisione e’ un mondo di immagini e di immagini, secondo Marco, ci nutre tutta la societa’ attuale. Di quanto abbiamo davanti agli occhi sono in pochi, per pigrizia o per incapacita’, a ritrovare una sceneggiatura reale. “Siamo tutti registi, anche l’ultimo degli scalzacani di uno spettatore e’ regista di quello che vede e fa lui il montaggio in testa” ci riferisce Marco.  “La realta’ probabilmente e’ una grande narrazione, l’epica, qualcosa che ne’ la pubblicita’ ne’ la politica ci possono far comprendere”.  Da questo pensiero discende il ruolo dell’arte e della sua parola parlata come mezzi per ricostruire la realta’. L’artista, concepito in questo senso, e’ paragonato da Paolini alla stregua di un Dio onnipotente. E la parola, per Marco, e’ l’origine della sua produzione teatrale: egli e’ un attore, potremmo dire un trovatore, un poeta medievale che pensa e parla innazi tutto e che scrive solo al fine di ricordare le sue idee, riportando un po’ la scrittura alla sua funzione originaria.

Anche per questo potere legato alla parola, Paolini si dichiara incapace di poter svolgere il suo ruolo in un'altra lingua. Comunicare e’ un conto, esprimersi e’ un’altra cosa. La sua esperienza in America, dove lavoro’ per cinque mesi e recito’ in lingua inglese, la descrive come un tuffo nell’inglese masticato in bocca, per chi l’inglese non l’aveva mai studiato.

In Inghilterra era gia’ venuto, da ospite dell’Istituto Italiano di Cultura, dopo il successo del Vajont; da questa nazione si ritiene affascinato per il modo in cui ha attinto dal nostro cinismo:  “L’Inghilterra ha ormai una classe politica che sembra fotocopiata dalla nostra e anche una mentalita’ che sembra meno pudica.” Una nazione che, vista da fuori, gli sembra aver perso il senso delle cose e soprattutto quell’eleganza che un tempo la caratterizzava.
L’ennesimo schiaffo di Paolini ad una societa’ alla deriva, dove il suo ruolo di attore assomiglia a quello del fool, il pazzo shakesperiano che rovescia l’immagine e la parola per raccontare la verita’.

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